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12/05/2026 ore 16.57
Sport

Us Vibonese salva, la gioia di Bompasso: «Orgoglioso di esserci stato quando era più comodo allontanarsi da questa maglia»

Il responsabile della comunicazione del club rossoblù racconta l’emozione al triplice fischio nel playout contro l'Acireale: «Questa è la città che amo. Quella che, quando arriva il momento, sa dove stare. Perché bisogna esserci»

di Vincenzo Primerano

Un anno di paure e spettri che sembravano non voler lasciare il cielo sopra allo stadio Luigi Razza ma che, alla fine, la Vibonese e tutta la sua tifoseria hanno scacciato via. La compagine rossoblù ha vinto lo spareggio playout contro l’Acireale e rimane così in Serie D (girone I), salvando non solo la maglia ma anche un intero patrimonio calcistico che tra due stagioni compirà cento anni. Un secolo di storia intensa e di vittorie.

Una nave che, alla fine, ha trovato il porto nonostante le onde che sembravano volerla inghiottire, portata in salvo da chi quella nave non l’ha mai abbandonata, come un vero capitano pronto, se necessario, ad affondare con essa.

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Emozioni e lacrime

Tra i tanti “capitani” di questa Vibonese, non in campo ma nella gestione e nella vita quotidiana del club, c’è stato senza dubbio Alessio Bompasso, uno dei volti più emblematici degli ultimi anni di questi colori.

Non solo responsabile della comunicazione, ma soprattutto presenza costante e pronta a sacrificarsi per la causa. Lacrime ed emozioni al termine del match contro l’Acireale perché, più che mai, questa è stata la salvezza di un’intera città e di una dirigenza formata da irriducibili. Tra questi c’è appunto Bompasso, che ora esterna tutte le sue emozioni: «Tre fischi. Solo tre fischi, e una stagione intera ti crolla addosso. I mesi di paura, le domeniche con lo stomaco chiuso, le notti passate a chiedersi se domani ci sarebbe stato ancora qualcosa da salvare. Tre fischi e ti accorgi che stavi trattenendo il respiro da febbraio. Le ginocchia che cedono. Il respiro che torna. Gli occhi che si riempiono senza chiedere il permesso. La Vibonese è salva. La squadra della mia città è salva. E io sono orgoglioso di esserci stato, quando attorno a questa maglia era più comodo allontanarsi, mettersi al riparo».

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Eroi silenziosi

Inevitabilmente, torna anche il legame con questi colori e con una città intera che, nei momenti di difficoltà, si è stretta attorno a un Luigi Razza colmo. La vittoria, però, è di tutti quegli eroi silenziosi che hanno sostenuto un club che stava faticando: «Questa è la città che amo – aggiunge Bombasso –. Quella che, quando arriva il momento, sa dove stare. Perché bisogna esserci. L’ho fatto per i ragazzi, quelli che ogni domenica si caricavano sulle spalle una maglia diventata di piombo e la riportavano a casa comunque, anche dopo aver perso. L’ho fatto per Danilo Fanello, che ha creduto in questa impresa insieme a me quando crederci sembrava un esercizio di follia. L’ho fatto per lo staff che ha tenuto in piedi una baracca che traballava ogni settimana e che ogni settimana, non si sa come, era ancora lì il martedì mattina. L’ho fatto per i collaboratori, quelli silenziosi, senza i quali nulla cammina. L’ho fatto per Rino Putrino, che si è speso senza risparmiarsi un grammo, senza chiedere un grazie, senza mai mollare la presa. E l’ho fatto, soprattutto, per un uomo: Pippo Caffo. Un uomo che ancora una volta, quando ce n’era bisogno, ha dimostrato di amare questa squadra più di se stesso. Con i fatti, con quella presenza ostinata che solo chi ama davvero sa avere, anche quando amare costa, anche quando significa esporsi, anche quando sarebbe più semplice voltarsi e dire “ho già dato”. Caffo non si è mai voltato. E questa salvezza, prima ancora che dei giocatori, dello staff e di tutti gli altri, è sua».

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La gioia del futuro

La paura è stata sconfitta, insieme a tutti gli spettri che portava con sé. A lottare in prima linea c’era anche Alessio Bompasso: «Oggi quella paura ha lasciato spazio alle lacrime di gioia. Quelle vere, quelle che non si comandano, che arrivano quando capisci che la storia continua. Che la Vibonese ci sarà ancora. Che al bar si parlerà ancora di formazioni, di mercato, di prossima stagione: sembra una banalità, ma è il miracolo più grande che potessimo chiedere. Nel frattempo, io tornerò al mio silenzio. È il posto che preferisco, quello dove le cose si fanno senza chiedere applausi. Ma se domani, o tra un mese, o tra un anno, ci fosse di nuovo bisogno di una spalla, di un braccio, di una notte insonne per questa maglia, ci sarò. Ancora. Senza condizioni. Senza calcoli. Come è stato finora».