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10/02/2026 ore 19.32
Sport

Ho paura di svegliarmi e scoprire che la Vibonese non c’è più. Ma i tifosi che applaudono nonostante tutto è il segno che insieme possiamo farcela

La situazione societaria e sportiva della squadra del capoluogo è molto complicata, ma la passione rossoblù non può morire. Perché non sta nei bilanci, non sta nei contratti, non sta nelle stanze di soci e dirigenti. È nei ricordi e nella storia di un’intera città che non lo permetterà

di Alessio Bompasso

Ho paura. Ma ci sono.
C’è un momento, nella vita di chi ama qualcosa davvero, in cui le parole non bastano più e il silenzio pesa troppo. Questo è quel momento.
Non scrivo da addetto ai lavori. Non scrivo da comunicatore, da giornalista, da collaboratore. Scrivo da vibonese. E prima ancora, scrivo da figlio di questa città che ha imparato a camminare guardando quel campo, quelle maglie rossoblù, quel rettangolo verde che per noi non è mai stato solo erba e righe bianche. È stato dignità. È stato appartenenza. È stato il modo in cui Vibo Valentia diceva al mondo: “Esisto anch’io”.

Lo dico senza girarci intorno: ho paura. Ho paura di svegliarmi una mattina e scoprire che è finita. Che la Vibonese è diventata un ricordo da raccontare ai figli, una di quelle storie che iniziano con “c’era una volta” e finiscono con un sorriso amaro. Ho paura di quel vuoto che lascerà nella pancia di questa città, già provata, già ferita, già troppe volte tradita. Non è il momento delle colpe, dei processi, dei “ve l’avevo detto”. Il passato non si cambia. Si può solo decidere cosa fare adesso. E allora lo dico: ho paura, sì. Ma sono anche tremendamente fiducioso.

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Perché ho visto qualcosa che nessuna classifica, nessun comunicato, nessuna crisi societaria potrà mai cancellare. Ho visto ragazzi scendere in campo con gli occhi di chi sa che la maglia che indossa è più pesante di qualsiasi ingaggio. Li ho visti correre come se ogni metro di quel campo fosse un metro di terra da difendere. Li ho visti cadere e rialzarsi, perdere e non arrendersi. Li ho visti uscire dal campo sconfitti nel risultato e vincitori in tutto il resto.

E ho visto una cosa che mi ha stretto la gola: la città che applaude. Dopo una sconfitta. Dopo l’ennesima battaglia. Oggi persa. Immeritatamente. Quegli applausi non erano rassegnazione. Erano una dichiarazione d’amore. Erano Vibo Valentia che diceva a quei ragazzi: “Noi ci siamo. Noi vi vediamo. Noi sappiamo.”

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Le mele marce si stanno auto-eliminando. È la legge non scritta di questo sport e di questa vita: quando la nave fa acqua, i topi scappano. E restano i leoni. Restano quelli che la maglia non la indossano per contratto ma per scelta. Resta Pippo Caffo. Grazie, per quello che ha fatto e per quello che — ne sono sicuro — farà ancora. I suoi occhi non mentono: il suo è amore puro per questi colori, con tutti i limiti che un amore spassionato porta con sé.

Restiamo noi, un gruppo di persone — colleghi, amici, vibonesi testardi — che in silenzio, senza proclami e senza riflettori, sta provando a portare questa barca in porto. A mani nude, se necessario. E forse sarà la cosa più difficile che abbiamo fatto. Ma lo faremo. E poi ci faremo da parte.

Sono sicuro che nelle prossime ore qualcosa cambierà anche a livello societario. Non può essere diversamente. Perché la Vibonese non è una società. È quella cosa inspiegabile che ti fa stringere lo stomaco ogni domenica alle 14:30, anche quando sai che andrà male. E quella cosa lì, quella cosa che non ha un nome preciso ma che noi chiamiamo semplicemente rossoblù, non muore. Non può morire. Perché non sta nei bilanci, non sta nei contratti, non sta nelle stanze di soci e dirigenti.

Sta qui. Nel petto di chi ha paura, ma resta. Di chi trema, ma applaude. Di chi potrebbe voltarsi dall’altra parte e invece sceglie, ogni giorno, di esserci. E Vibo, seppur non ancora nella sua interezza, ha deciso di esserci. Ho paura. Ma ci sono. E finché ci saremo, la Vibonese vivrà.