Studenti del liceo Berto in toga a Lamezia Terme per “Ciak si gira”: «La scuola è il primo presidio di legalità»
Gli allievi della III C dell’Istituto vibonese simulano in Tribunale un processo penale sul cyberbullismo. La preside Bevilacqua: «Proviamo a formare cittadini consapevoli»
Non il tradizionale suono della campanella, ma il colpo secco del martelletto del giudice ha scandito una mattinata fuori dall’ordinario per gli studenti della III C dell’indirizzo ordinario del Liceo scientifico “Giuseppe Berto” di Vibo Valentia. Per un giorno, infatti, l’aula scolastica ha lasciato spazio a quella del Tribunale di Lamezia Terme, dove i ragazzi sono stati protagonisti della simulazione di un vero processo penale dedicato ai temi del bullismo e del cyberbullismo.
L’iniziativa, dal titolo “Ciak si gira”, si è svolta nei giorni scorsi e ha rappresentato il momento conclusivo di un articolato percorso di educazione civica realizzato nell’ambito dell’XI edizione del progetto “CIAK… Un processo simulato per evitare un vero processo”. Gli studenti si sono confrontati con il caso giudiziario intitolato “La tavernetta”, mettendo in scena dinamiche, responsabilità e conseguenze legate ai reati commessi tra giovani.
Il progetto è stato promosso dall’Associazione “Ciak Formazione e Legalità - Ets”, rappresentata dal presidente Luciano Trovato, con il patrocinio e il sostegno dell’Associazione nazionale magistrati, della Fondazione banco di Napoli, della Fondazione Carical e dell’Associazione italiana magistrati minori e famiglia.
Indossando le toghe e assumendo i ruoli di giudici, avvocati, pubblici ministeri, imputati e testimoni, gli studenti hanno vissuto in prima persona «le tensioni e le responsabilità che ogni decisione legale comporta». Un’esperienza immersiva che ha trasformato il concetto di legalità da semplice materia teorica a esperienza concreta e vissuta.
Guidati dalla docente Lucia Quattrocchi, con il supporto delle colleghe Carmen Corrado e Paola De Filippis, gli allievi hanno studiato atti processuali, approfondito il linguaggio giuridico e affrontato un percorso formativo che ha coinvolto l’intero consiglio di classe.
Attraverso il metodo dell’apprendimento esperienziale, il progetto ha consentito agli studenti di comprendere come «ogni azione compiuta, anche dietro lo schermo di uno smartphone, inneschi una catena di responsabilità che può segnare per sempre la vita altrui e la propria». Il forte impatto emotivo della simulazione ha modificato radicalmente la percezione del reato: ciò che spesso viene considerato «una semplice ragazzata» si è rivelato invece «un’azione grave con conseguenze penali reali e indelebili».
L’esperienza non si è limitata alla sola educazione alla legalità, ma si è trasformata anche in una significativa palestra di competenze trasversali. Gli studenti hanno avuto modo di misurarsi con la gestione dello stress nel parlare in pubblico, con il lavoro di squadra e con la costruzione di strategie processuali coerenti, affinando capacità critiche utili sia nel percorso scolastico sia nella vita quotidiana.
Importante anche il valore orientativo dell’iniziativa. Il confronto diretto con il mondo delle professioni giuridiche ha infatti offerto ai ragazzi «nuovi orizzonti professionali», favorendo al tempo stesso un dialogo diretto e trasparente tra istituzioni e giovani generazioni.
A esprimere soddisfazione per il percorso svolto è stata la dirigente scolastica Licia Bevilacqua, che ha manifestato «gratitudine verso gli organizzatori del percorso didattico» e ha sottolineato la maturità dimostrata dagli studenti nel corso dell’esperienza.
«Progetti di questo calibro – ha affermato la dirigente scolastica – confermano come la scuola, quando esce dalle proprie mura per abbracciare il territorio, diventi il primo e più importante presidio di legalità, formando non solo studenti preparati, ma cittadini consapevoli».