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18/05/2026 ore 06.15
Società

Storia di una giornata di ordinaria felicità, le famiglie vibonesi di ragazzi autistici si raccontano: «Autonomia, coraggio e amore»

VIDEO | Recentemente una delegazione di Vibo Valentia ha partecipato a Run for autism, una corsa podistica amatoriale nella Capitale che per due giorni ha consentito esperienze, incontri e crescita per ragazzi e famiglie

di Cristina Iannuzzi

«Dobbiamo fermarci e capire l’importanza della vita». Le parole di Marilia, mamma di Francesco, raccontano il senso di Run for Autism, la due giorni vissuta recentemente a Roma dalle famiglie dell’associazione Io Autentico di Vibo Valentia.

Un viaggio iniziato dalla stazione di Vibo Pizzo, con la foto prima della partenza e poi il treno verso la Capitale. Per molti ragazzi non è stato solo uno spostamento, ma un’esperienza fatta di attese, cambi, metropolitana, ristorante. Piccoli passaggi che diventano tappe di autonomia.

Il giorno successivo la visita all’impianto sportivo del Comitato italiano paralimpico. In campo i ragazzi ipovedenti impegnati in un allenamento di calcio. Sugli spalti le famiglie osservano. «Ci lamentiamo per cose inutili e poi loro ci insegnano cosa significa non arrendersi», aggiunge Marilia con la voce rotta dall’emozione.

«È un momento in cui si fa rete, si condivide», spiega Pierangelo Cappai, presidente di Diversamente ODV e referente del progetto FilippideTra i presenti anche Anna Maria Lucchino, presidente di Oltre l’Autismo Catanzaro: «Abbiamo conosciuto Io Autentico subito dopo la diagnosi di nostro figlio. Sono stati i primi a darci sostegno».

Il valore del gruppo emerge in ogni racconto. Tra le voci c’è quella di Ida, alla sua prima esperienza: «È la prima volta che partecipiamo a un’attività del genere insieme ad altri. Abbiamo fatto il viaggio in treno, preso la metropolitana, mangiato tutti insieme e partecipato alla corsa». Un passaggio che per lei ha un significato preciso: «La condivisione è fondamentale per aumentare la consapevolezza e smettere di piangere, iniziando a fare qualcosa».

E aggiunge: «Bisogna immergere i nostri figli nei contesti di vita. Con la formazione e mettendosi in gioco si possono aiutare a diventare autonomi e a trovare il loro spazio». Per Ida spesso il limite è negli adulti: «Molte volte siamo noi ad avere paura o vergogna, ma sono ostacoli che si possono superare».

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Marilia ripercorre il percorso con il figlio Francesco, 15 anni: «Abbiamo capito presto che c’era qualcosa di diverso. La diagnosi è stata difficile, ma non ci siamo fermati». Il padre Fabio racconta i primi momenti: «Mi sono sentito smarrito, poi ho iniziato a capire giorno dopo giorno come affrontare la quotidianità. Il confronto con gli altri genitori cambia tutto».

Accanto ai genitori ci sono i fratelli e le sorelle. Francesco 14 anni racconta cosa significa crescere con Giovanni Paolo: «Per me l’autismo è un modo di essere. Siamo cresciuti insieme, ognuno dando qualcosa all’altro». E pensando al futuro aggiunge: «Vorrei che ognuno di noi potesse realizzarsi in base alle proprie scelte».

Emma, 13 anni spera in una società migliore: «Quello che mi fa arrabbiare è l’ignoranza, quando si pensa che questi ragazzi non possano crescere o diventare autonomi. Bisogna dargli la possibilità di esserlo».

E poi c’è mamma Gabriella: «All’inizio eravamo molto spaventati, non sapevamo come affrontare la situazione». Poi il cambiamento: «Abbiamo incontrato persone che ci hanno aiutato a fissare obiettivi e a lavorare insieme. Quando abbiamo cambiato sono arrivati i risultati». Il consiglio alle famiglie è diretto: «Non chiudersi, ma confrontarsi».

I ragazzi sono al centro dell’esperienza. Giuseppe, 13 anni, appassionato di informatica, dice: «Posso dare consigli a tutti, sono bravo con la tecnologia». Kevin ha trovato nella musica la sua strada: «Il rumore è diventato una forza», racconta la madre Domenica. Michela, sorella di Kevin, sottolinea: «Per me l’autismo è una cosa normale. Mi fa arrabbiare quando qualcuno esclude questi ragazzi».

Le esperienze vissute a Roma segnano un passaggio importante: usare i mezzi pubblici, stare a teatro, mangiare fuori. «Quando hanno le opportunità, riescono», dice Patrizia, mamma di Giuseppe.

Domenica mattina piazza della Bocca della Verità si riempie di colori. Sono circa tremila i partecipanti alla Run for Autism, promossa dal Progetto Filippide. Atleti con autismo e runner corrono insieme lungo un percorso che attraversa il centro della città.

La delegazione di Vibo Valentia guidata da Enrico Mignolo è presente con le bandiere di Io autentico. «Cerchiamo di dare ai nostri figli la possibilità di scegliere la loro strada», dice Mignolo. «Non è facile, ma non è impossibile». Poi spiega: «Quando è arrivata la diagnosi di Giovanni Paolo ci siamo detti: “O ci danniamo o balliamo”. Noi abbiamo deciso di ballare». Dalla sua esperienza familiare è nata Io Autentico: «Una scelta condivisa tra famiglie che vogliono costruire un percorso basato sulle scelte dei ragazzi».

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Durante la corsa emergono emozioni e consapevolezza. «Arrivare al traguardo è come superare ostacoli», racconta Noemi, mamma di Antonio. «Capisci che si può andare avanti». Anche le famiglie alla prima esperienza vivono momenti importanti: «Avevamo paura, invece i nostri figli ci hanno stupito», racconta Katia.

Per molti è un appuntamento che si rinnova. «Ogni anno torniamo più forti», dice Antonella, mamma di Domenico. «Ti fa capire che non sei sola e che c’è ancora tanto da fare».

Il ritorno è ancora in treno. Si continua a parlare, a condividere, a conoscersi. «Incontri persone da tutta Italia e vivi emozioni forti», racconta Vittoria. «All’inizio è stato difficile accettare la diagnosi, ma oggi siamo sereni. Anche noi abbiamo deciso di ballare».