Pizzo aspetta l’estate per illudersi di essere ancora vivo: quel lampione “morto” a terra da tre mesi emblema del paese che non c’è più
Complice il maltempo invernale il centro storico appare sempre più spopolato e grigio mentre i residenti si sono spostati da tempo nei condomini di via Nazionale. La riflessione di Pino Paolillo
Aveva l’anima nei vicoli, la voce in piazza, lo sguardo e la speranza sul mare. Ma l’anima si è dissolta nel tempo, la voce ammutolita nei condomini della Nazionale e trasferita sui social, lo sguardo, disperato, su un disastro chiamato cemento.
La spiaggia arrivava ininterrotta fino a Vibo Marina, quando Vibo Marina non c’era, poi cominciò la lenta erosione e arrivarono i pontoni e le prime file di massi frangiflutti a contrastare le onde. Ma la Marina resistette ancora per molto, accogliendo i pullman e ospitando i “vagneri” dei paesi vicini, con file di ombrelloni e cabine in legno. Con sole cento lire il Jukebox di Corallini ti regalava “Luglio”, “Azzurro”, un insonne Al Bano che non vedeva l’ora che spuntasse il sole (e noi l’estate per la ragazzina oriunda che scendeva per i bagni).
Oggi B&B hanno preso il posto delle vecchie case ormai abbandonate dei “Marinisi”, bar e pizzerie d’estate lavorano a pieno ritmo, ma la Marina con la sua spiaggia, le temerarie sfide ai cavalloni di noi ragazzi con “l’arrollo”, non ci sono più. Ridotta con gli anni a un fazzoletto di sabbia sempre più piccolo, come quegli angoli di litorale racchiusi tra una barriera di massi e un’altra, fino alla vecchia Stazione, anch’essa abbandonata, prima dello squallore del “Ponte di Ferro”.
E in questo sfacelo totale, con quel “lungomare” che rischia ogni volta di cedere sotto i cazzotti delle onde, con quella “Pizzapundi”, divenuto simbolo di resistenza, qual è il sogno avveniristico della futura Napitia da fare invidia a Le Corbusier e Oscar Nyemeyer? Il mega parcheggio della Seggiola! Una sorta di Via Gluck marina, con quella inguardabile barriera di blocchi di cemento che doveva resistere al peggiore dei cataclismi e che invece ha mostrato i primi segni di cedimento con la mareggiata dei giorni scorsi, con le onde che la scavalcavano puntualmente come fosse niente.
Ma bisogna avere pazienza: oltre ai blocchi cementizi manca ancora il muro paraonde, naturalmente di cemento e, male che vada pure quello, quando il mare avrà fatto l’ennesimo collaudo dell’opera, si potrà sempre progettare un altro muro a difesa del muro paraonde e magari aggiungere qualche gradino in più alla scalinata per vedere il mare. Tanto i muri, come i doppi punti di Totò, non si negano a nessuno.
Solo così si potrà permettere a tutti gli automobilisti che lo vorranno, di passare e ripassare dalla Marina per parcheggiare, non senza aver ammorbato di gas di scarico chi sta mangiando una pizza, una frittura mista o un tartufo, prima che tocchi anche a loro.
Quanto alla spiaggia, o a quel che ne rimane, bisogna fare presto (e non sarà facile) eliminare tutti i massi e le pietre scaraventati come sassolini dalla mareggiata dopo la famosa “messa in sicurezza”, per come previsto mesi fa, senza bisogno di essere né scienziati, né grandi tecnici, ma usando un normalissimo buon senso (non ci voleva molto). Il rischio, più che concreto, è quello, da un lato, di avere un parcheggio per la Marina senza…la Marina e comunque di dover risarcire diversi danni per fratture ai piedi dei poveri bagnanti.
Passando da una piazza deserta, con un lampione caduto a ricordare una mancata tragedia di più di tre mesi fa, complice la cupa atmosfera invernale, l’ho paragonata a un simbolo: quello di un paese che aspetta l’estate per illudersi di essere ancora vivo.
*responsabile Settore conservazione Wwf Vibo Valentia