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24/10/2026 ore 15.48
Società

I giovani non vogliono essere solo raccontati, ma ascoltati: Nicolò De Devitiis e il panel “Raccontare una generazione” al Festival del Sud

A Vibo Valentia la nona edizione del festival organizzato dalla Fondazione Valentia: autenticità, ascolto e nuovi linguaggi al centro dell’incontro che ha visto protagonisti anche Roberto Cosentino, Luca Burlando e Michela Cutellè

di Adelia Iacino

Chi racconta oggi i giovani, e con quali strumenti? E cosa cambia quando a raccontarsi sono loro stessi? Su queste domande, e sul ruolo e sulle responsabilità che giornalismo, media e istituzioni hanno in questa narrazione, si è sviluppato “Raccontare una generazione. Giornalismo, social e nuovi linguaggi”, uno dei panel della nona edizione del Festival del Sud, organizzato dalla Fondazione Valentia presieduta da Anthony Lo Bianco. L’incontro si è svolto nella sala Scrigno di Vetro del Valentianum di Vibo Valentia, ex convento di San Domenico che oggi ospita il Museo d’Arte Contemporanea Limen. Un confronto a più voci da cui è emerso, con forza, un invito condiviso: parlare con i giovani, e non soltanto di loro.

La curiosità come motore

Protagonista dell’incontro Nicolò De Devitiis, volto storico de Le Iene, che ha iniziato il suo intervento raccontando agli studenti presenti il suo percorso. A vent’anni studiava economia a Roma Tre e il pomeriggio lavorava come commesso per pagarsi gli studi. Il sogno della televisione c’era da sempre, ma sembrava lontano, in un mondo percepito come chiuso. Poi, l’occasione destinata a cambiargli la vita: un giorno nel negozio in cui lavora entra l’attore Paolo Calabresi — allora inviato de Le Iene — e Nicolò, forte dei primi follower su Instagram, prende coraggio e gli chiede come fare a entrare nel programma. Calabresi gli risponde che non esistono raccomandazioni e che deve giocarsela da solo, ma gli lascia il contatto del capo de Le Iene. Nicolò gli scrive una mail di quattro pagine e la sua audacia viene premiata: parte per Milano, senza alcuna esperienza, e ne torna con una telecamera in mano, l’invito a provarci e tanta determinazione. Da lì oltre dieci anni di programma, imparando sul campo a scrivere e a montare. La qualità da coltivare, ha detto ai ragazzi, è prima di tutto la curiosità. Ora per lui si apre una nuova fase, con un canale YouTube — «la nuova televisione» — dove porterà avanti il format delle “48 ore” con gli artisti, racconti intimi che mostrano la persona oltre il personaggio.

Sul rapporto tra televisione e social, De Devitiis non vede una contrapposizione: i due mezzi procedono di pari passo, e la stessa informazione televisiva vive ormai anche online. Se in tv i conduttori giovani faticano a emergere, ha spiegato, è perché il pubblico televisivo è più adulto e tende a premiare volti familiari. La parola chiave del suo intervento è stata autenticità: in un tempo in cui siamo bombardati di contenuti, il pubblico riconosce subito ciò che è finto. E oggi più che mai c’è bisogno di spontaneità e verità.

Istituzioni e territorio: dare voce alla Calabria

Il tema della credibilità è stato ripreso da Roberto Cosentino, direttore generale del Dipartimento Turismo della Regione Calabria, che ha posto una domanda prima ancora di dare una risposta: come può un’istituzione parlare ai ragazzi senza utilizzare un linguaggio distante, a loro inaccessibile? Un esempio, ha spiegato, è il viaggio in bicicletta di Jovanotti in Calabria la scorsa estate, che attraverso uno sguardo autentico ha raggiunto milioni di persone, più di qualsiasi campagna tradizionale. Ma per Cosentino la chiave di volta sta nella collettività, non nel singolo individuo: dare voce alla Calabria significa coinvolgere istituzioni, imprese e cittadini, e insieme riscoprire un senso di appartenenza e orgoglio di comunità. Per trattenere i giovani servono opportunità concrete, lavoro, risorse, bandi, ma ancor di più la convinzione che investire qui il proprio tempo valga quanto farlo a Roma, a Milano o altrove.

Una generazione che non si sente rappresentata

Più critico il quadro offerto da Luca Burlando, segretario amministrativo del Consiglio Nazionale dei Giovani, che ha ricordato un’indagine del CNG secondo cui oltre il 60% dei giovani tra i 18 e i 29 anni non si sente rappresentato dalle istituzioni italiane ed europee. Una generazione con qualità evidenti, ma poco raccontate — e ancor meno celebrate —, come una maggiore attenzione alla salute mentale, consapevolezza etica e sensibilità ambientale, una resilienza pratica che le permette di reinventarsi continuamente. Eppure spesso incompresa, e che, secondo molti studi, rischia di vivere peggio dei propri genitori, tra crisi abitativa, difficoltà nel trovare lavoro e fuga all’estero in cerca di una prospettiva migliore. Con un costo enorme per il Paese: «È come costruire una bellissima macchina e poi non poterla guidare». Stimolato su un recente caso di cronaca che ha visto coinvolto Bruno Vespa, criticato da molti per il tono paternalistico usato in trasmissione con la coordinatrice dell’Unione degli Universitari Sabrina Brizzola, Burlando ha indicato proprio nel paternalismo l’errore più grave di istituzioni e media: pensare di avere le risposte al posto dei giovani, invece di sedersi a un tavolo con loro.

Interlocutori alla pari

Sulla stessa linea Michela Cutellè, responsabile reti e rapporti territoriali del Visionary Movement, una rete di under 35 presente in tutta Italia. I giovani, ha spiegato, si allontanano non appena percepiscono un tono paternalistico, da giornalisti, politici e istituzioni che parlano di loro senza coinvolgerli e vorrebbero fare cose «per loro, ma non con loro». Troppo spesso, agli eventi, i giovani vengono relegati a fare da riempimento anziché da protagonisti, quasi non fossero interlocutori alla pari. Sul tema dell’educazione ai media nelle scuole, anche alla luce della diffusione di fake news che l’intelligenza artificiale rischia di aggravare, Cutellè si è detta pienamente favorevole: il problema, ha osservato, riguarda la struttura stessa dei contenuti che circolano sui social. E anche la televisione, ha aggiunto, è un sistema che «va rinnovato, svecchiato».

Ripartire dall’ascolto

In chiusura, a ciascun ospite è stato chiesto un consiglio per i giovani che vogliono raccontare la propria generazione, il proprio territorio. De Devitiis ha indicato la curiosità e la capacità di raccontare a modo proprio. Burlando ha invitato a «non chiedere permesso» per inseguire i propri sogni. Cutellè ha esortato a tentare, sbagliare e ricominciare. Cosentino ha parlato di percorsi di consapevolezza, individuali e collettivi, per far sì che ognuno si senta al posto giusto. L’incontro si è concluso con la consegna di un riconoscimento a Nicolò De Devitiis da parte del presidente della Fondazione, Anthony Lo Bianco.

Un filo ha legato tutti gli interventi, ed è la fiducia: nei giovani, nella loro caparbietà, nella voglia di esserci. Una generazione che chiede spazio è, in fondo, una generazione che vuole cambiare le cose. E forse proprio dall’ascolto dobbiamo partire, per cominciare un racconto diverso.