Dalle macerie a un uliveto, a Limbadi il riscatto di un bene confiscato: 900 piante e un progetto per la comunità
VIDEO | Un percorso che richiama anche il ruolo della cultura, del lavoro e della partecipazione come strumenti attraverso i quali offrire soprattutto alle nuove generazioni un modello alternativo alla ricerca di scorciatoie e alla vicinanza ai circuiti criminali
Un luogo che ha cambiato destinazione e significato, passando da bene riconducibile agli interessi della criminalità organizzata a spazio restituito alla comunità. È attorno a questa trasformazione che, a Limbadi, si è sviluppata “Note di Riscatto”, iniziativa che ha riunito istituzioni, amministratori, associazioni e cittadini nell’area oggi gestita dall’associazione San Benedetto Abate.
Al centro dell’iniziativa, la trasformazione di uno spazio un tempo riconducibile agli interessi mafiosi e oggi destinato ad attività rivolte alla comunità, all’interno di un processo che ha interessato tanto il recupero materiale dell’area quanto la sua nuova funzione sociale.
Tra gli interventi, quello di don Ennio Stamile, presidente dell’Odv San Benedetto Abate e già referente di Libera Calabria, che ha richiamato il valore della responsabilità individuale e collettiva: «Occorre avere il coraggio di immaginare un futuro diverso, soprattutto quando in gioco c’è la bellezza della nostra terra. Questo luogo ne è una dimostrazione: dove prima c’erano sfruttamento del territorio, inquinamento e immobili abusivi, oggi c’è un uliveto. Significa credere nei propri ideali e impegnarsi perché possano tradursi in qualcosa di concreto. Accanto alla legalità, però, dobbiamo recuperare il senso della responsabilità: siamo chiamati a rispondere delle nostre azioni e anche di ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. E siamo chiamati a custodire il Creato e la bellezza che ci circonda. Prima ancora della legalità, è questo valore della responsabilità che va riscoperto».
Sul percorso istituzionale e sulla collaborazione tra le diverse realtà coinvolte è intervenuto anche il sindaco di Limbadi, Antonino Taverniti: «Abbiamo sempre considerato la cultura uno degli strumenti attraverso i quali un territorio può riscattarsi. Quando don Ennio ci ha presentato il progetto, lo abbiamo accolto con convinzione. La prima volta che siamo arrivati qui e abbiamo visto le macerie, pensavo che dovessero semplicemente essere rimosse. Invece proprio quelle macerie avevano un significato: rappresentavano ciò che può lasciare dietro di sé la vicinanza alla mafia, una realtà fatta di lutti, sofferenze e distruzione. Ai più giovani dico di non inseguire l’illusione della vita facile, ma di guardare al lavoro, alla libertà, alla cultura e alla legalità».
A sottolineare il valore della cooperazione tra istituzioni, associazioni e territorio è stato anche il sindaco di Cetraro, Giuseppe Aieta: «Le cose si possono fare, e si possono fare bene, quando si costruiscono relazioni e non si pensa di essere autosufficienti. Serve un rapporto costante con la realtà circostante, con le associazioni e con lo Stato. L’esperienza di Limbadi dimostra come un’attività civile e coraggiosa possa restituire dignità e bellezza a un luogo. È il risultato del lavoro dell’amministrazione comunale, dello Stato e dell’associazione San Benedetto Abate. Un’esperienza virtuosa che merita di essere conosciuta e raccontata».
Nel corso dell’incontro è stato così ripercorso il cammino amministrativo e sociale che ha consentito di rendere nuovamente fruibile l’area, ponendo l’accento sulla collaborazione tra soggetti pubblici e realtà locali e su un modello costruito attorno al principio della responsabilità condivisa.
Un percorso proseguito anche dopo due incendi dolosi. Sul terreno sono state recuperate e messe a dimora circa novecento piante di ulivo, dalle quali viene prodotto anche un olio direttamente legato al progetto. Un dato che restituisce, nella sua concretezza, la portata della trasformazione realizzata negli anni.
Il caso di Limbadi restituisce così il significato più concreto del riuso sociale dei beni confiscati: non soltanto sottrarli alla criminalità, ma restituirli in modo stabile alla collettività, evitando che tornino a essere spazi vuoti o dimenticati. Una sfida che si misura soprattutto nel tempo, nella capacità di custodire quanto recuperato e di trasformarlo in una presenza viva all’interno del territorio.