Dal calvario alla gratitudine, il racconto di una paziente sull’umanità incontrata all’ospedale di Vibo: «Eccezionali»
Dopo tanta sofferenza e un ricovero allo Jazzolino, una quarantenne vibonese ha voluto ringraziare pubblicamente medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tutto il personale: «Mi hanno detto: non mandiamo via nessuno se prima non abbiamo risolto il problema»
In un tempo in cui la sanità finisce spesso al centro delle cronache per disservizi, attese e difficoltà, c’è anche chi sceglie di raccontare un’esperienza diversa. Non per negare i problemi, ma per dare voce a ciò che funziona. È il senso della lettera aperta firmata da Francesca Papale, che ha voluto ringraziare pubblicamente medici, infermieri, operatori socio-sanitari e personale dell’ospedale di Vibo Valentia dopo un percorso clinico segnato da dolore, paura e poi sollievo.
«Spesso le cronache si riempiono di notizie negative quando si parla di sanità - scrive Francesca -, ma c’è una realtà splendida, fatta di competenza, dedizione e profonda umanità, che merita di essere gridata a gran voce». Una realtà che, nel suo caso, ha preso forma tra i corridoi dell’Ospedale di Vibo Valentia, dove la donna, di 42 anni, riferisce di aver incontrato «una sanità che funziona, che cura e che protegge».
Il suo racconto parte da un periodo definito «d’infinito calvario»: quattro episodi di pancreatite in pochissimo tempo, due dei quali nell’ultimo mese. Una condizione dolorosa e difficile da decifrare, anche perché le precedenti ecografie non avevano evidenziato anomalie. Poi la svolta, arrivata nel reparto di Medicina d’urgenza grazie alla determinazione della dottoressa Marianna Rodolico.
«Con una professionalità straordinaria e una sensibilità rara - racconta Francesca -, la dottoressa ha preso a cuore il caso pronunciando parole che non dimenticherò mai: “Non si esce da qui se non capiamo la causa”». Da lì l’approfondimento diagnostico e la ricerca della causa. Fino alla risposta: la colecisti era piena di microcalcoli e sedimento che, fuoriuscendo, ostruivano le vie biliari.
La scoperta della causa e il passaggio in Chirurgia
Una volta individuato il problema, Francesca è stata affidata al reparto di Chirurgia. Ed è qui che la lettera assume il tono più personale, quello di chi non ricorda soltanto un intervento o una procedura, ma il modo in cui è stata accompagnata dentro un momento di fragilità.
Scrive di essere finita nelle «mani d’oro» di Giovanni Petracca e dell’équipe chirurgica. «Del dottor Petracca vorrei tessere le lodi più grandi - afferma -, perché prima ancora di essere un chirurgo eccezionale e di grandissimo valore, si è dimostrato una persona di un’umanità disarmante». Parole che non si fermano alla competenza tecnica, ma insistono sulla relazione umana costruita con la paziente.
«Fin dal primo istante - prosegue Francesca - mi ha accolta con una gentilezza, una premura e una sensibilità che mi hanno trasmesso una serenità immensa in un momento di forte vulnerabilità». E ancora: «La sua attenzione costante, unita a una straordinaria delicatezza d’animo, mi ha fatta sentire protetta e al sicuro».
Per Francesca, però, quella cura non è stata l’espressione isolata di un singolo professionista. Nella lettera il ringraziamento si allarga a tutto il reparto, descritto come un gruppo coeso, preparato, capace di mettere insieme competenza e ascolto. «Questo livello di eccellenza non è un caso isolato - scrive -, ma riflette lo spessore di tutti i medici del reparto di Chirurgia». Medici che, aggiunge, si distinguono «per un’altissima preparazione professionale e per una dote oggi rara: la capacità di ascoltare e comprendere il paziente».
«Una grande famiglia al servizio del paziente»
Nel suo racconto c’è spazio anche per il primario Franco Zappia, al quale Francesca rivolge «i più sinceri complimenti per la gestione impeccabile» del reparto. Una struttura che definisce «una macchina che funziona senza sbavature, dove il talento dei singoli medici viene valorizzato al meglio».
Ma la parte più intensa della lettera riguarda il lavoro quotidiano di chi, spesso lontano dai riflettori, contribuisce a rendere meno pesante la degenza. Francesca ringrazia «tutti i medici, gli infermieri, gli Oss, il personale delle pulizie e gli operatori del servizio mensa», senza fare elenchi di nomi «per il timore di dimenticare qualcuno».
«Ognuno di loro mette anima e cuore nel proprio lavoro», scrive. E poi il passaggio forse più significativo: «In un reparto così delicato, la cosa che mi ha colpita maggiormente è stata la percezione di trovarsi in mezzo a una vera e propria famiglia». Una famiglia professionale, fatta di gesti, parole, attenzioni, presenza. Non solo cure mediche, dunque, ma anche conforto.
«Non si limitano a curare il corpo - sottolinea Francesca -; coccolano il paziente, lo rassicurano e lo avvolgono con una dolcezza che fa bene all’anima». Una frase che restituisce il senso della lettera: il bisogno di riconoscere pubblicamente una sanità capace di non lasciare sola la persona nel momento della paura.
Da qui l’appello finale, rivolto alla comunità: «È fondamentale che tutti sappiano che nel nostro ospedale esiste questa meravigliosa realtà». Per Francesca, bisogna «elogiare pubblicamente chi, ogni giorno, indossa il camice non solo come una professione, ma come una missione d’amore verso il prossimo». A loro, conclude, va «la mia più profonda e immensa gratitudine».