Vibo ultima in Italia per lavoro, la ricetta di Barbalace: «Più posti letto nei borghi e Tropea locomotiva dell’entroterra»
Il consigliere provinciale commenta i dati che certificano appena 195 giornate retribuite e 13.885 euro lordi annui: «Generiamo occupazione con una rete tra costa, paesi interni e produttori per destagionalizzare e creare nuove opportunità soprattutto per i giovani». E cita l’esperienza degli italo-americani a Spilinga
I numeri sono quelli di un territorio che fatica a offrire lavoro stabile e redditi adeguati. Vibo Valentia è risultata ultima provincia d’Italia sia per numero medio di giornate retribuite sia per retribuzione lorda annua dei dipendenti privati: nel 2024 appena 195 giornate pagate e 13.885 euro lordi, contro una media nazionale rispettivamente di 246,5 giornate e 24.486 euro. Un divario legato soprattutto alla discontinuità occupazionale, tra precarietà, part time e forte incidenza del lavoro stagionale.
Vibo ultima provincia in Italia per lavoro e stipendi: appena 195 giornate retribuite e 13.885 euro lordi l’anno (22mila meno di Milano)Da questa fotografia parte la riflessione del consigliere provinciale Franco Barbalace, che invita a non fermarsi alla lettura dei numeri ma a interrogarsi sulle possibilità di creare nuova occupazione utilizzando le risorse già presenti sul territorio.
«Non possiamo pensare al lavoro soltanto come qualcosa che deve arrivare dall’esterno attraverso un’assunzione, un concorso o un grande investimento – sostiene Barbalace –. Dobbiamo iniziare a porci anche un’altra domanda: quante opportunità di lavoro possiamo creare noi, utilizzando le risorse del nostro territorio?». La direzione indicata è quella di affiancare alla capacità di attrarre investimenti un modello fondato sul turismo esperienziale e sull’ospitalità diffusa nei borghi e nelle aree interne.
Dalla costa ai borghi: «Tropea sia la locomotiva»
Il punto di partenza resta Tropea, principale polo turistico del Vibonese, ma l’obiettivo è utilizzare la sua capacità attrattiva per allargare i benefici economici al resto della provincia.
«La costa deve diventare la porta d’ingresso verso l’entroterra e Tropea deve essere la locomotiva capace di guidare una rete territoriale più ampia», afferma Barbalace. Non basta, dunque, portare per qualche ora i visitatori a Zungri, Spilinga o sul Monte Poro: «Se dopo qualche ora torna a dormire sulla costa, abbiamo realizzato una visita, non ancora un vero prodotto turistico. Il nostro obiettivo deve essere farlo restare tre, cinque o sette giorni nei nostri territori».
Ed è proprio la permanenza a fare la differenza: pernottamenti, ristorazione, acquisti dai produttori, guide, laboratori artigiani ed esperienze possono generare una filiera di servizi e, quindi, nuove occasioni occupazionali. Per riuscirci, secondo il consigliere, occorre però aumentare i posti letto nei piccoli centri, recuperando anche case inutilizzate e immobili dei centri storici da destinare a B&B, case vacanza e forme di ospitalità diffusa.
Barbalace richiama alcune esperienze già avviate nel Vibonese: il soggiorno di giovani italo-americani a Spilinga, la “Week in Dasà” legata al progetto Pasta Grammar e il “Borgo Erasmus” di Nao, a Jonadi. Esperienze che, a suo giudizio, dimostrano come anche i piccoli paesi possano diventare destinazioni capaci di attrarre visitatori interessati non soltanto al mare ma alla cucina, alle tradizioni e alla vita delle comunità.
Una rete per trasformare il turismo in lavoro
La proposta è quindi mettere in collegamento ciò che già esiste, senza creare nuovi organismi. Barbalace auspica il rilancio della programmazione del Distretto turistico e indica nel Gal Terre Vibonesi e nel Distretto del Cibo interlocutori attorno ai quali costruire una rete tra Comuni, strutture ricettive, produttori, ristoratori, associazioni e operatori.
L’idea è arrivare a itinerari realmente organizzati e prenotabili, di tre, cinque o sette giorni, capaci di integrare Costa degli Dei e aree interne. «Se riusciamo ad aumentare i pernottamenti nell’entroterra, aumentiamo anche la domanda di servizi e quindi le possibilità di creare nuove imprese. È qui che turismo e lavoro possono incontrarsi».
Da qui la conclusione: «Non dobbiamo inventare un territorio diverso. Dobbiamo valorizzare meglio quello che abbiamo e mettere i nostri giovani nelle condizioni di trasformarlo in lavoro. Non dobbiamo aspettare che il lavoro arrivi: dobbiamo creare le condizioni perché possa nascere».