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02/05/2026 ore 06.15
Economia e Lavoro

Per la rivista internazionale Condé Nast Traveler la Calabria più bella passa dal Vibonese: il reportage che esalta luoghi e cultura

Nell’articolo “Southern Beauty” si racconta una regione lontana dai circuiti più battuti: il percorso prende forma tra la bottega di Antonio Montesanti a Pizzo, la rupe di Tropea, i sapori locali e le storie custodite nei paesi della Costa degli Dei

di Redazione

La Calabria che finisce sulle pagine di Condé Nast Traveler non è quella costruita per il turismo di massa. È una regione «selvaggia», ancora lontana dalle rotte più battute, fatta di spiagge intatte, sapori locali, culture singolari e paesi nei quali la bellezza convive con la memoria. Nel reportage “Southern Beauty”, firmato da Lee Marshall con le fotografie di Chantal Arnts, a rappresentare questa Calabria sono soprattutto le località vibonesi: Tropea, Pizzo, Nicotera, Capo Vaticano, Brattirò, la Costa degli Dei.

Condé Nast Traveler è una delle testate internazionali più riconosciute nel settore dei viaggi. Fa parte del gruppo Condé Nast e si rivolge a un pubblico interessato a esperienze di viaggio di qualità, cultura locale, gastronomia, ospitalità e luoghi capaci di restituire un’idea autentica delle destinazioni. La stessa testata si definisce una voce autorevole su viaggi e cultura, attenta anche ai temi della sostenibilità, dell’autenticità e delle connessioni con i territori. L’edizione britannica Condé Nast Traveller si presenta come una guida «discernente» e aggiornata per chi cerca ispirazione e informazioni qualificate sul viaggio; secondo i dati Abc rilanciati nel 2026, la testata ha registrato una circolazione complessiva di 70.079 copie nel 2025.

La Calabria internazionale comincia da Pizzo

Il reportage si apre con una scena che sposta subito il racconto lontano dalla semplice cartolina balneare. Marshall scrive di essersi ritrovato, a meno di ventiquattro ore dal suo arrivo in Calabria, nella bottega dell’artista e ceramista Antonio Montesanti, a Pizzo, ascoltandolo parlare dell’eroe greco Achille. Fuori, le auto e le Vespe attraversano la strada; dentro, la bottega diventa un ponte tra il presente e il Mediterraneo antico. L’autore racconta quella trasformazione con stupore: mentre Montesanti parlava del legame profondo tra la Calabria e il suo passato mediterraneo, «le auto diventavano carri e gli scooter si trasformavano in muli».

È proprio Montesanti, con il suo cappello di paglia e il suo lavoro di pittore e ceramista, a dare al viaggio una chiave di lettura culturale. Nel racconto della rivista, l’artista spiega una tradizione dei pescatori calabresi: il segno inciso sulle guance del pesce spada, un reticolo tracciato con le unghie, sarebbe legato al mito dei Mirmidoni, i guerrieri fedeli ad Achille trasformati in quei pesci dopo la morte del loro comandante.

La bottega di Montesanti non viene dunque raccontata come una tappa folcloristica, ma come un luogo in cui la Calabria mostra la profondità del suo rapporto con il mare, con i miti e con una memoria mediterranea ancora viva.

Anche il corredo fotografico insiste su questa dimensione. Nelle pagine del servizio compaiono gli utensili dell’artista, Montesanti al lavoro nella sua bottega, le ceramiche e gli oggetti che compongono un mondo artigianale lontano dall’idea del souvenir senz’anima. Pizzo, così, entra nel reportage non solo per il tartufo o per il suo affaccio sul Tirreno, ma per la capacità di custodire un racconto: quello di una Calabria in cui la vita quotidiana continua a dialogare con il mito.

Tropea e la Costa degli Dei, il volto più riconoscibile

Accanto a Pizzo, il grande scenario scelto da Condé Nast Traveler è quello della Costa degli Dei, descritta come il tratto tirrenico che va da Pizzo a Nicotera, dove lunghe spiagge bianche si alternano a scogliere, promontori e calette rocciose. In questa cornice, Tropea viene indicata come la località più celebrata del litorale, il luogo che più di ogni altro intercetta lo sguardo internazionale sulla Calabria. Non a caso, il reportage arriva a una sintesi che ha il tono della consacrazione: «Tropea merita la sua reputazione».

La rivista la racconta attraverso i palazzi, le stradine del centro storico, le piazze nascoste occupate dai tavoli delle trattorie, gli antichi portali, la cattedrale medievale e il tramonto su Stromboli. L’immagine di apertura, con il mare turchese sotto la rupe, e la grande fotografia del santuario di Santa Maria dell’Isola restituiscono Tropea come icona visiva della regione: non una meta isolata, ma il simbolo di una Calabria che conserva ancora una forte identità paesaggistica e culturale.

Eppure, proprio partendo da Tropea, il reportage invita a non fermarsi alla località più nota. L’autore osserva che si potrebbe trascorrere una vacanza felice in città senza automobile, ma aggiunge che, una volta arrivati fin lì, «sarebbe un peccato non esplorare» anche la costa e l’entroterra più aspro della Calabria. È in questa prospettiva che le località vibonesi vengono presentate non come singole mete da consumare, ma come parti di un paesaggio più ampio, in cui il mare dialoga con i borghi, le leggende, la cucina e le tradizioni popolari.

Nicotera, le feste popolari e una meraviglia inattesa

Il viaggio vibonese prosegue verso Nicotera, ricordata anche per il suo legame con la dieta mediterranea. Qui il reportage intercetta un’altra dimensione del territorio: quella delle feste, dei giochi, delle figure popolari. Il passaggio dedicato ai Giganti, con i ragazzi che rievocano Mata e Grifone anche fuori dal calendario ufficiale delle feste, restituisce l’idea di una tradizione non musealizzata, ma ancora vissuta come parte spontanea della comunità.

La sorpresa dell’autore nasce proprio da questo: non assiste a una rappresentazione organizzata per i visitatori, ma a un gesto quotidiano, improvvisato, quasi gratuito. Quei ragazzi, scrive, sembravano giocare a Mata e Grifone «per nessun’altra ragione se non la pura gioia della cosa». È uno dei passaggi più significativi del reportage, perché racconta una Calabria che non appare costruita per lo sguardo esterno, ma continua a vivere secondo codici propri.

Sapori e luoghi del Vibonese

Il racconto gastronomico non viene usato come semplice invito al consumo, ma come ulteriore accesso all’identità dei luoghi. A Tropea entrano in scena la cipolla rossa e i piatti di mare; a Pizzo il tartufo viene citato attraverso Bar Gelateria Ercole e Bar Dante, in piazza della Repubblica; a Brattirò il reportage si sofferma su Le Breste, presentato come uno di quei posti che, per usare le parole riportate dalla rivista, frequentano «solo noi del posto».

È un passaggio significativo, perché spiega bene il taglio del servizio: la Calabria più bella, per Condé Nast Traveler, non è soltanto quella immediatamente spettacolare, ma anche quella che si rivela attraverso indirizzi laterali, borghi interni, tavole familiari, case rurali recuperate, vini locali, fileja con la cipolla di Tropea, tramonti su Stromboli e paesaggi che non hanno ancora perso il loro rapporto con chi li abita.

Nel quadro del Vibonese trovano spazio anche Villa Paola a Tropea, Capovaticano Resort Thalasso Spa a Ricadi, Baia del Sole a Torre Ruffa e le spiagge della costa. Ma il valore del reportage non sta nella promozione delle strutture ricettive. Sta piuttosto nel fatto che queste località vengono inserite in un racconto più ampio, dove il mare, l’artigianato, la cucina, le leggende e i paesi diventano gli elementi di una Calabria ancora capace di sorprendere un pubblico internazionale abituato a mete più codificate.

Una Calabria non addomesticata

Il reportage attraversa anche altre aree della regione, da Reggio Calabria al versante ionico, da San Floro a Cutro, fino alla cucina stellata di Dattilo. Ma è il Vibonese a fornire alcune delle immagini più forti e riconoscibili: la rupe di Tropea, la bottega di Antonio Montesanti a Pizzo, la Costa degli Dei, il tartufo, la cipolla rossa, le tradizioni di Nicotera, i luoghi dell’entroterra appena sopra il mare.

Ne viene fuori una Calabria raccontata non come destinazione da vendere, ma come territorio da capire. Una regione che, agli occhi di una rivista internazionale, conserva proprio nella sua apparente distanza dai circuiti più battuti una parte essenziale del suo fascino. Gary Portuesi, operatore citato nel reportage, la definisce «la destinazione perfetta per chi cerca quell’altra esperienza italiana che nessuno conosce». E in questa rappresentazione le località vibonesi diventano una sorta di porta d’ingresso alla Calabria più bella da visitare: quella che non si limita a mostrarsi, ma continua a raccontare storie.