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22/06/2026 ore 12.23
Economia e Lavoro

Male ma non malissimo, nel Vibonese fuga dei giovani più contenuta che nel resto della Calabria. Ma le nuove imprese sono un ripiego

La provincia di Vibo registra un meno 8% di under 35 residenti dal 2019 ma altrove si viaggia anche a doppia cifra. Qui il più alto numero di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani ma solo perché non ci sono alternative all’autoimpiego 

di Redazione

​​​​​​Il Vibonese perde giovani, ma meno del resto della Calabria. È questo il dato che emerge dalla fotografia pubblicata dal Sole 24 Ore sull’esodo degli under 35 dal Mezzogiorno: nella provincia di Vibo Valentia il calo dei residenti tra i 18 e i 35 anni, rispetto al 2019, si ferma all’8%. Un arretramento pesante, ma comunque il meno marcato tra le province calabresi.

La mappa regionale resta tutta in negativo. Cosenza registra una flessione del 9,3%, Catanzaro dell’11%, Reggio Calabria dell’11,9% e Crotone del 12,1%. Il Vibonese, dunque, non è fuori dal fenomeno della fuga giovanile, ma mostra una tenuta relativa migliore rispetto al resto della Calabria. Un primato fragile, perché costruito dentro una dinamica demografica che continua a svuotare soprattutto il Sud.

La Calabria dentro l’esodo meridionale

Il quadro nazionale conferma una frattura che si allarga. Secondo l’elaborazione del Sole 24 Ore, in sei anni l’Italia ha perso 313mila residenti under 35. Il dato più significativo riguarda la distribuzione territoriale: circa il 60% del calo nazionale si concentra nel Mezzogiorno.

Nel Nord, nello stesso periodo, i giovani residenti sono aumentati di circa il 5%. Il Centro resta quasi stabile. Al Sud, invece, la diminuzione complessiva è del 7,6%. Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata e Campania si muovono tutte dentro la stessa traiettoria: meno giovani, meno forza lavoro, meno ricambio generazionale.

Il Vibonese si colloca quindi in una posizione particolare: perde meno, ma resta dentro una regione tutta in negativo. La differenza, in questo caso, non è tra territori che attraggono e territori che perdono, ma tra chi perde meno e chi perde di più.

Il primato delle imprese giovanili

Il dato sulla mobilità giovanile si incrocia con un altro indicatore, già emerso in una precedente rilevazione del Sole 24 Ore: la provincia di Vibo Valentia risulta ai vertici nazionali per imprenditoria giovanile. Il nuovo approfondimento conferma questa anomalia positiva, indicando Vibo Valentia come la provincia con la quota più alta di imprese con titolare under 35 sul totale delle aziende registrate: l’11,1%. Subito dietro compaiono Napoli, con il 10,3%, e Crotone, con il 10,2%.

È un dato che racconta vitalità, capacità di iniziativa e volontà di restare. Ma è anche un indicatore in chiaroscuro. Lo stesso report evidenzia come nel Mezzogiorno l’apertura di piccole attività in proprio, spesso nel settore della ristorazione, possa essere letta anche come risposta alla mancanza di lavoro dipendente, opportunità di carriera e percorsi professionali strutturati.

In altre parole, non sempre fare impresa significa entrare in un sistema economico dinamico. A volte significa costruirsi da soli un’alternativa, quando il mercato del lavoro non offre sbocchi adeguati. È il nodo che il rapporto sintetizza richiamando il peso del mismatch e il rischio che gli incentivi finiscano per sostenere soprattutto autoimpiego e settori poco remunerativi.

Una provincia che prova a restare

Per il Vibonese, allora, la lettura dei numeri non può essere univoca. Il calo dell’8% dei giovani residenti dice che la fuga continua. Il primato delle imprese giovanili dice che una parte degli under 35 tenta comunque di costruire qualcosa sul territorio. Le due informazioni, messe insieme, restituiscono una provincia sospesa tra resistenza e fragilità.

La spinta all’autoimprenditorialità può rappresentare una risorsa, soprattutto in un territorio dove turismo, ristorazione, servizi e piccole attività di prossimità restano settori centrali. Ma senza infrastrutture, collegamenti, credito, formazione, servizi e lavoro qualificato, il rischio è che molte iniziative restino microimprese nate più per necessità che per reale possibilità di crescita.