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24/07/2026 ore 09.21
Economia e Lavoro

Fotovoltaico agli Scrisi, l’agronomo Lombardi rompe il fronte del no: «I pannelli non sottrarranno i terreni alle coltivazioni»

L’ex presidente dell’Ordine provinciale di Vibo interviene sul progetto reso noto da IlVibonese.it e contesta associazioni e organizzazioni agricole: «È un impianto avanzato e il grano Rosìa potrà continuare a essere coltivato»

di Redazione

Nel fronte pressoché compatto che si è formato contro il progetto agrivoltaico “Pizzo Vinci” nella Piana degli Scrisi emerge una voce fuori dal coro. È quella di Michele Lombardi, agronomo, titolare di aziende agricole, già presidente dell’Ordine degli Agronomi di Vibo Valentia e già vicepresidente provinciale di Confagricoltura, che in una lettera aperta contesta le argomentazioni sostenute finora da amministratori, associazioni ambientaliste, organizzazioni agricole e dallo stesso Ordine professionale al quale è iscritto.

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Secondo Lombardi, il dibattito sarebbe stato condizionato da una «gigantesca e colpevole confusione tecnica e giuridica»: il progetto, sostiene, non riguarderebbe un normale impianto fotovoltaico collocato a terra, ma un sistema agrivoltaico avanzato nel quale la produzione energetica dovrebbe convivere con la prosecuzione delle coltivazioni.

Una posizione diametralmente opposta rispetto a quelle espresse nelle ultime settimane da Gal Terre Vibonesi, Comune di Maierato, Coldiretti, Cia, Confconsumatori, Wwf, Archeoclub e Ordine provinciale degli Agronomi, che hanno manifestato forti preoccupazioni per il consumo di suolo, la tutela del grano Rosìa e le conseguenze ambientali, agricole e paesaggistiche dell’intervento.

Il progetto portato alla luce da IlVibonese.it

A rendere noto il progetto all’opinione pubblica è stato proprio IlVibonese.it, che per primo ha esaminato la documentazione pubblicata sul portale della Regione Calabria, ricostruendo caratteristiche, dimensioni e localizzazione dell’opera. Da quel momento, il progetto è uscito dagli atti amministrativi ed è diventato una questione pubblica, provocando una serie di reazioni nel mondo agricolo, politico e associativo.

L’impianto proposto dalla Fri-El Spa dovrebbe sorgere in contrada Vinci-Perrone, nel territorio comunale di Pizzo e a ridosso del confine con Maierato. Le opere necessarie al collegamento alla rete elettrica interesserebbero anche Sant’Onofrio e Filogaso.

Il progetto prevede una potenza di 45 megawatt, l’installazione di 61.608 pannelli fotovoltaici e un investimento stimato in circa 45 milioni di euro. La superficie direttamente interessata supererebbe i 73 ettari, mentre alcune organizzazioni agricole hanno fatto riferimento a un’area complessiva prossima ai 100 ettari, oggi prevalentemente destinata a seminativi.

Tra le file dei pannelli, distanziate di circa sei metri e mezzo, dovrebbe proseguire la coltivazione di frumento tenero, avena, orzo ed erbai da foraggio. È proprio su questo aspetto che si concentra il contributo di Lombardi.

«È agrivoltaico avanzato, non fotovoltaico puro»

L’agronomo contesta innanzitutto l’equiparazione tra il progetto degli Scrisi e un impianto fotovoltaico tradizionale. «Quello in progetto è un impianto agrivoltaico avanzato, non un fotovoltaico a terra puro», scrive, sostenendo che tra le due tecnologie esista «un abisso normativo».

Nella ricostruzione proposta da Lombardi, il decreto Agricoltura del 2024 vieta il fotovoltaico tradizionale sui terreni agricoli, salvo le deroghe previste per cave, discariche, aree industriali e altre zone ritenute idonee. La stessa normativa, insieme al decreto ministeriale del Mase sull’agrivoltaico, introdurrebbe però una specifica eccezione per gli impianti avanzati.

Questi sistemi, osserva, prevedono pannelli sollevati dal terreno e l’obbligo di continuare l’attività agricola, con controlli e sanzioni nel caso in cui le coltivazioni vengano abbandonate. Per Lombardi, quindi, le strutture non sottrarrebbero definitivamente il suolo all’agricoltura e non determinerebbero necessariamente il suo impoverimento. Si tratta della sua interpretazione tecnica, espressa in aperto contrasto con quella sostenuta finora dal fronte contrario al progetto.

L’agronomo respinge anche l’argomento secondo cui la prevalenza economica della produzione energetica dimostrerebbe che quella agricola sia soltanto una copertura formale. «In nessun impianto agrivoltaico su scala industriale il valore economico della produzione agricola potrà mai superare quello dell’energia prodotta», afferma.

Il fatto che nei documenti economici l’agricoltura venga indicata come attività secondaria non sarebbe dunque sufficiente, secondo Lombardi, per parlare di un fotovoltaico tradizionale «mascherato» da agrivoltaico.

La posizione sul grano Rosìa

Il passaggio più destinato a suscitare discussioni riguarda il grano Rosìa, varietà autoctona coltivata nella Piana degli Scrisi, inserita nel Registro della biodiversità agraria della Regione Calabria e riconosciuta dal ministero dell’Agricoltura tra le varietà italiane da conservazione.

Proprio IlVibonese.it, nel portare alla luce il progetto, aveva evidenziato il paradosso tra il riconoscimento ottenuto dal cereale e la possibile trasformazione dei terreni nei quali viene coltivato.

Lombardi rovescia però la prospettiva. Trattandosi di una varietà da conservazione, afferma, la sua coltivazione sarebbe sottoposta per legge a precisi limiti di superficie e produzione. La parte restante della Piana degli Scrisi sarebbe quindi ampiamente sufficiente a garantire le quantità consentite, anche considerando lo spazio occupato dalle strutture.

Secondo l’agronomo, inoltre, il Rosìa potrebbe continuare a essere coltivato sotto e tra i moduli fotovoltaici. L’ombreggiamento parziale prodotto dai pannelli potrebbe perfino ridurre l’evapotraspirazione e proteggere le spighe dalla cosiddetta “stretta da caldo”, lo stress provocato dalle temperature elevate durante le fasi decisive della maturazione.

Ancora più netta è la sua valutazione sulle prospettive economiche del cereale: «Chi sostiene che questa varietà può costituire l’asse portante dell’economia agricola locale mente». Per Lombardi, caratteristiche agronomiche, vincoli normativi e dinamiche di mercato impedirebbero al Rosìa di elevare in maniera strutturale il reddito degli agricoltori del comprensorio compreso tra Maierato e Pizzo.

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Le critiche a Coldiretti e all’Ordine degli Agronomi

Nella lettera il professionista rivolge critiche dirette anche ad alcune delle organizzazioni intervenute nel dibattito. A Coldiretti contesta di avere sostenuto a livello nazionale l’agrivoltaico avanzato nell’ambito del Pnrr e di aver poi assunto sul territorio una posizione contraria al progetto degli Scrisi.

I rilievi più duri riguardano però l’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della provincia di Vibo Valentia, che ha espresso la propria contrarietà all’intervento paventando il rischio di una spoliazione del suolo fertile e di una desertificazione economica e sociale.

Lombardi, già presidente dell’organismo e tuttora iscritto, dichiara di non condividere quella posizione. A suo giudizio, parlare di «spoliazione del suolo» in presenza di moduli elevati dal terreno rischierebbe di compromettere l’autorevolezza scientifica dell’Ordine.

Il professionista contesta inoltre la disponibilità manifestata dall’organismo a collaborare alla ricerca di soluzioni alternative: secondo la sua lettura, infatti, l’agrivoltaico avanzato rappresenterebbe già la soluzione individuata dalla legge per conciliare produzione energetica e attività agricola.

Fauna e archeologia da valutare nelle sedi competenti

Più prudente è la posizione assunta sugli aspetti naturalistici e archeologici richiamati dal Wwf e da Archeoclub. Lombardi dichiara apertamente di non avere competenze specifiche in materia di fauna e reperti e, dunque, di non potersi esprimere nel merito.

Ricorda però che questi elementi dovranno essere esaminati nell’ambito della Valutazione di impatto ambientale e attraverso gli strumenti di tutela archeologica, senza che il confronto giornalistico possa sostituirsi alle verifiche tecniche e amministrative previste dalla legge.

L’agronomo conclude descrivendo quella del comprensorio come un’agricoltura povera e prevalentemente di sussistenza, che potrebbe trovare nell’agrivoltaico avanzato un’integrazione del reddito e un’occasione di modernizzazione.

L’alternativa, sostiene, sarebbe continuare ad affidare le prospettive di sviluppo alla sola narrazione legata al Rosìa. «Basterà a salvare il territorio?», si domanda. La sua risposta è categorica: «No».