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20/07/2026 ore 09.34
Cultura

Reperti trafugati e tesori mai esposti, al museo Capialbi di Vibo le storie dell’archeologia salvata: in mostra pezzi unici strappati al mercato illegale

L’esposizione sarà inaugurata il 24 luglio. Al centro del percorso dodici reperti recuperati da una collezione veneziana, i materiali della stipe votiva di Scrimbia e opere finora custodite nei depositi

di Readazione

Reperti archeologici strappati agli scavi clandestini e al mercato illegale, recuperati attraverso indagini e sequestri e infine restituiti alla collettività. Ma anche opere provenienti dall’antica Hipponion, conservate per anni nei depositi e riportate alla luce grazie a un’attività di studio e restauro. Sono le storie al centro di «Archeologia Salvata. Dal saccheggio alla memoria. Storie di tutela, traffici clandestini, sequestri e restituzioni», la nuova mostra del Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia.

L’esposizione sarà inaugurata venerdì 24 luglio, alle ore 18, nella sede del museo all’interno del Castello federiciano. Il percorso racconta la doppia vita dei reperti: quella antica, legata alla loro produzione e al contesto nel quale furono utilizzati, e quella contemporanea, segnata dalla sottrazione, dalla dispersione nel mercato clandestino, dalle attività investigative e dal ritorno nel patrimonio dello Stato.

La mostra è promossa dalla Direzione regionale Musei nazionali Calabria, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Venezia e la Laguna e con il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Il grande cratere recuperato a Venezia

Al centro dell’esposizione si trova un monumentale cratere apulo a volute risalente al IV secolo avanti Cristo. Il vaso è stato recuperato da una collezione privata veneziana al termine di una complessa attività investigativa e rappresenta il reperto più significativo di un nucleo di dodici opere archeologiche assegnate al museo vibonese.

Il cratere e gli altri undici reperti furono consegnati nel dicembre 2025 durante una cerimonia organizzata a Palazzo Ducale, a Venezia. La mostra rappresenta dunque la prima occasione per presentare al pubblico queste opere, sottratte al circuito privato e restituite alla ricerca scientifica e alla fruizione collettiva.

Il loro arrivo a Vibo Valentia permette di ricostruire non soltanto il valore storico e artistico degli oggetti, ma anche il percorso seguito per individuarli, recuperarli e riportarli nella disponibilità dello Stato.

I reperti della stipe votiva di Scrimbia

Accanto alle opere provenienti da Venezia, il percorso espositivo comprende un nucleo di materiali recuperati nella stipe votiva di Scrimbia, uno dei più importanti contesti archeologici dell’antica Hipponion.

I reperti rinvenuti nel territorio vibonese dialogano così con quelli intercettati sul mercato illecito. A unirli è l’attività di tutela che ha consentito di conservarli, studiarli e renderli nuovamente accessibili al pubblico.

La presenza dei materiali di Scrimbia è il risultato di un progetto di selezione, studio e restauro promosso dal museo per valorizzare il patrimonio custodito nei depositi. Il lavoro ha permesso di recuperare e ricomporre importanti testimonianze della ceramica attica, alcune delle quali inedite o mai esposte primaTra le opere presentate figura anche una prestigiosa Anfora Panatenaica.
Il progetto non si esaurirà con questa esposizione: le attività di ricerca proseguiranno nei prossimi anni e potranno portare alla presentazione di ulteriori materiali legati alla storia e all’archeologia dell’antica Hipponion.

Gli oggetti ancora ricoperti dalla terra

La mostra comprende anche reperti provenienti da sequestri giudiziari e materiali recuperati durante le attività di tutela coordinate dal Ministero della Cultura. Alcuni oggetti vengono mostrati nello stesso stato in cui furono ritrovati dopo gli scavi clandestini, ancora ricoperti dalla terra.

Ceramiche, terrecotte votive, elementi architettonici, documenti fotografici e materiali d’archivio accompagnano il visitatore nella ricostruzione delle diverse fasi attraversate dai reperti. Sono esposti anche alcuni degli strumenti utilizzati per compiere gli scavi illegali.

L’obiettivo è mostrare le conseguenze prodotte dal saccheggio dei siti archeologici. Quando un oggetto viene sottratto senza documentare il luogo e le condizioni del ritrovamento, non viene disperso soltanto il reperto, ma anche l’insieme delle informazioni necessarie a comprenderne la funzione, la provenienza e il valore storico.

Dal saccheggio alla restituzione

Il percorso segue dunque il viaggio dei beni archeologici: dalla sottrazione al contesto originario alla dispersione sul mercato nazionale e internazionale, passando per le indagini, i sequestri, il restauro e la restituzione. Con «Archeologia Salvata» il museo rafforza la propria funzione di presidio dedicato alla ricerca, alla conservazione, al restauro e alla valorizzazione del patrimonio culturale.