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01/06/2026 ore 17.15
Cronaca

Vittima di una rissa a Pizzo si ritrovò indagato e arrestato in Rinascita Scott: lo Stato deve risarcirlo per «colpa grave dei magistrati»

Matteo Famà fu coinvolto nel maxiprocesso e subì la misura cautelare. Il Tribunale di Salerno accoglie il ricorso dell’avvocato Brunella Chiarella per il suo assistito: «Fatti travisati». L’incredibile catena di errori che prese il via da un pestaggio nel 2017

di G. B.

“La Presidenza del Consiglio dei Ministri dovrà risarcire Matteo Famà, cittadino di Pizzo, per i danni subiti a causa di comportamenti, atti e provvedimenti giudiziari emessi con colpa grave dai magistrati di Catanzaro nell'esercizio delle loro funzioni, in particolare dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal procuratore e dai sostituti procuratori della Dda del procedimento Rinascita Scott, che ha portato all'arresto di 334 persone — tra cui Matteo Famà — all'alba del 19 dicembre 2019”. È quanto rende noto l’avvocato Brunella Chiarello che ha ottenuto ragione attraverso la sentenza emessa dalla prima sezione civile del Tribunale di Salerno. La pronuncia chiude - almeno allo stato - anche sul fronte civile una vicenda lunga quasi un decennio, che ha trasformato una vittima di aggressione in indagato, poi in arrestato (rimesso in libertà dopo 21 giorni), infine in imputato, per poi essere assolto con formula piena.
Matteo Famà non si è limitato a chiedere alla Corte d’Appello di Catanzaro l'indennizzo per l'ingiusta detenzione, la cui fonte genetica va ravvisata nell'illegittima privazione della libertà personale e il cui diritto si attiva entro due anni dall'irrevocabilità della sentenza di proscioglimento, a prescindere da colpa o dolo del giudice. Come previsto dalla Legge Vassalli, Matteo Famà, tramite l'avvocato Brunella Chiarello, ha anche chiesto al Tribunale di Salerno - competente per i danni cagionati dai magistrati degli uffici giudiziari compresi nel Distretto di Catanzaro - un vero e proprio risarcimento per il danno illecito di natura civilistica scaturito dalle condotte gravemente colpose dei magistrati catanzaresi. La differente natura delle due compensazioni ne comporta la compatibilità e la possibilità di cumulo, con conseguente maggiore esposizione per l'Erario.
“La strada per ottenere un risarcimento dallo Stato non è mai in discesa. La Legge Vassalli del 1988 - riformata nel 2015 - prevede che il cittadino danneggiato non agisca direttamente contro il magistrato, bensì – ricorda l’avvocato Chiarello – contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che poi si rivale sul giudice nei casi previsti dalla legge. I contenziosi di questo tipo hanno un tasso di accoglimento storicamente molto basso, vicino all'1%”.

Gli antefatti

Tutto ha inizio alle prime ore del 2 agosto 2017 a Pizzo, in via Marcello Salomone. Un gruppo di cinque giovani vibonesi - alcuni dei quali poi condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso nell'ambito del procedimento Rinascita Scott - aggredisce violentemente alcuni ragazzi del posto dopo una discussione animata. I cinque scendono dall'auto e colpiscono i ragazzi pizzitani, sia per strada che all'interno di un panificio. Le telecamere di sorveglianza riprendono tutto. All'interno del panificio si trova, suo malgrado, anche Matteo Famà, che viene picchiato ripetutamente e selvaggiamente derubato di un monile. Le indagini dei carabinieri di Pizzo e di Vibo Valentia portano all'acquisizione dei filmati, che non lasciano spazio a interpretazioni: Matteo Famà è persona offesa. L'informativa degli investigatori precisa che i fatti del 2 agosto avevano visto come «protagonisti (attivi)» i componenti del gruppo dei cinque ragazzi vibonesi «nei confronti di alcuni soggetti (passivi) di Pizzo», tra cui Famà, e che le immagini della videosorveglianza avevano evidenziato «il gravissimo e drammatico scenario in cui le vittime designate (con particolare riferimento a Famà Matteo) si vengono a trovare». I responsabili vengono iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Vibo Valentia per rapina ai danni di Matteo Famà.

La svolta incomprensibile

Sin qui nessun errore. Se non fosse che, nel frattempo, la Dda di Catanzaro stava conducendo indagini ben più ampie sugli aggressori di Matteo Famà: quel gruppo di giovani vibonesi era nel mirino dei magistrati antimafia nell'ambito di un procedimento destinato a passare alla storia con il nome di Rinascita Scott. I requirenti catanzaresi decidono quindi di acquisire il fascicolo vibonese per verificare se i fatti del 2 agosto 2017 potessero avere una rilevanza anche in quel contesto. La Procura di Vibo Valentia dà seguito alla richiesta e trasmette gli atti con una nota che non lascia margini di equivoco: «come da pregresse intese, si trasmettono, per le Vostre valutazioni, gli atti del p.p. in epigrafe indicato (…) per il reato di cui all'art. 628 c.p., commesso ai danni di Matteo Famà».
“Quello che accade dopo – ricorda l’avvocato Chiarello – è difficile da spiegare. La Procura distrettuale antimafia di Catanzaro iscrive Matteo Famà nel registro degli indagati per rissa aggravata. La vittima diventa indagata. Il fascicolo viene riunito a Rinascita Scott. L'11 marzo 2019 la Dda di Catanzaro avanza al Giudice per le indagini preliminari una richiesta di misura cautelare per i soggetti coinvolti nei fatti del 2 agosto 2017. Nel testo della richiesta, i pubblici ministeri descrivono Famà esattamente per quello che è: una vittima. Tra i destinatari della misura non compare il suo nome, ma è una parentesi di normalità destinata a chiudersi presto. Il 25 ottobre 2019 la Dda di Catanzaro invia una nota al Giudice per le indagini preliminari per segnalare che, «per mero errore nella stampa e nell'impaginazione della richiesta di misura cautelare», era stato omesso il nome di Famà tra i soggetti per i quali si chiedeva la misura degli arresti domiciliari. E così, all'alba del 19 dicembre 2019, Matteo Famà viene arrestato insieme ad altre 334 persone nell'ambito della maxi-operazione Rinascita Scott”.
Durante l'interrogatorio di garanzia, Famà dichiara fin da subito la propria totale estraneità ai fatti, circostanza che emerge con imbarazzante chiarezza dagli atti stessi dell'indagine. I suoi difensori chiedono l'immediata revoca della misura, ma il Giudice per le indagini preliminari di Catanzaro rigetta la richiesta ritenendo «immutato il quadro indiziario» e non ravvisando «elementi favorevoli alla rivisitazione delle esigenze cautelari»: esigenze che, peraltro, non erano state nemmeno esplicitate nel provvedimento di arresto.
Solo il Tribunale della Libertà, dopo 21 giorni, rimette Famà in libertà con parole nette: «è evidente che Famà sia rimasto vittima di una aggressione compiuta da terzi e non abbia preso attivamente parte alla rissa. Mette in conto evidenziare che anche gli stessi operanti nell'informativa hanno descritto il Famà come "vittima" delle violenze consumate all'interno del panificio e non come soggetto corrissante». La Dda di Catanzaro non impugna l'ordinanza del Riesame, lasciando formare il giudicato cautelare.
A questo punto la Procura avrebbe potuto - e dovuto - chiudere la vicenda. Invece formula richiesta di rinvio a giudizio a materiale probatorio invariato. Una scelta che il Tribunale di Salerno ha ora valutato nell'ambito del contenzioso civile conclusosi il 28 maggio 2026. Il finale ha del paradossale. Famà sceglie il rito abbreviato e la stessa Dda di Catanzaro, in sede di conclusioni, ne chiede l'assoluzione. Il Giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro assolve Matteo Famà il 22 giugno 2020 «per non aver commesso il fatto», ribadendo che «l'imputato va assolto, per come concordemente richiesto da Accusa e Difesa, restando insuperabili le argomentazioni del Tribunale della Libertà circa l'impossibilità di ritenere il primo un corrissante e non invece una semplice vittima di una violenta aggressione».

La sentenza di Salerno: la colpa grave dei magistrati di Catanzaro

Nel caso di Matteo Famà il Tribunale di Salerno ha riconosciuto la colpa grave di entrambe le componenti della magistratura catanzarese coinvolte: il Giudice per le indagini preliminari e i magistrati della Dda di Catanzaro. Sul gip la sentenza è lapidaria: «il Gip del Tribunale di Catanzaro ha affermato un fatto la cui esistenza era incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento, in tal modo incorrendo nel travisamento del fatto e della prova». Nessuna delle fonti di prova, prosegue il Tribunale di Salerno, «poteva portare a ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza, essendo non solo radicalmente da escludere un qualsiasi coinvolgimento penalmente rilevante dell'odierno attore nei fatti di rissa accaduti a Pizzo il 02/8/2017 - salvo che non si intenda ricondurre alla sola mera presenza di un soggetto all'interno di un contesto in cui si verifica una violenta colluttazione tra più soggetti, per ciò solo, una penale responsabilità, in contrasto con i più elementari principi della prova e di colpevolezza - ma, anzi, da ravvisare la posizione del sig. Matteo Famà solo ed esclusivamente quale vittima, cioè persona offesa nell'ambito della dinamica in cui è stato, invece, ritenuto dapprima gravemente indiziato di delitto e, poi, finanche, imputato a giudizio».
A questo si aggiunge un'ulteriore grave omissione: nell'ordinanza cautelare non vi è alcuna motivazione - «neppure dal punto di vista grafico» - sulle esigenze cautelari relative alla posizione di Famà. Anche sotto questo profilo il Tribunale di Salerno ravvisa la colpa grave del Gip, avendo questi emesso senza motivazione un provvedimento «fortemente restrittivo della libertà personale, quale quello degli arresti domiciliari, tanto da essere equiparato "ex lege" a quello della custodia in carcere». Ma «ad aggravare ulteriormente la condotta del Gip del Tribunale di Catanzaro» - si legge nella sentenza civile di Salerno - «vi è la circostanza che, a fronte della richiesta di revoca della misura cautelare (…) avanzata dal difensore del sig. Famà in data 24/12/2019 (…), il Giudice che aveva emesso il provvedimento cautelare (…) la rigettava, tenuto conto del parere contrario della Procura Distrettuale». Secondo i giudici salernitani, «il Gip avrebbe dovuto accogliere tale istanza e di conseguenza revocare immediatamente la misura cautelare, in tal modo riducendo la durata della restrizione della libertà personale dell'odierno attore». Anche nei confronti dei pubblici ministeri della Dda di Catanzaro, il Tribunale di Salerno non fa sconti, ritenendo che avrebbero dovuto «ravvisare la palese assenza di una condotta penalmente rilevante ascrivibile a Matteo Famà» e non avanzare alcuna richiesta cautelare nei suoi confronti. Ulteriore profilo di responsabilità riguarda la richiesta di rinvio a giudizio: dopo la formazione del giudicato cautelare - conseguenza della mancata impugnazione dell'ordinanza del riesame da parte della stessa Procura - e in assenza di qualsiasi nuovo elemento a carico, «è evidente che una normale lettura dei documenti e dei provvedimenti giurisdizionali già adottati avrebbe dovuto imporre la formulazione della richiesta di archiviazione nei suoi confronti e non, invece, di condurlo a processo».

E ora?

“La sentenza del Tribunale di Salerno che condanna lo Stato a risarcire i danni ingiusti causati dai magistrati catanzaresi rileva non tanto per il ristoro economico accordato a Matteo Famà, quanto per aver riconosciuto – ricorda l’avvocato Chiarello – la colpa grave dei magistrati nell'esercizio delle loro funzioni. Una pronuncia dalla portata più ampia, che riguarda tutti. Per Matteo Famà è la fine di un calvario durato anni: arrestato all'alba insieme a 334 persone, detenuto per 21 giorni, processato e infine assolto perché - come avrebbe dovuto essere chiaro fin dal principio - era lui la vittima. Ma questa sentenza ribadisce un principio che nel nostro ordinamento stenta ancora troppo spesso a trovare applicazione concreta: chi indossa una toga non è al riparo da conseguenze personali quando esercita le proprie funzioni con colpa grave. Per lo Stato di diritto, è la conferma che il sistema può ancora correggere i propri errori. Lentamente, a volte dolorosamente. Ma può farlo”.