Sezioni
12/01/2026 ore 10.01
Cronaca

Vincenzo Chindamo in aula: «Mia sorella Maria frequentava un poliziotto e voleva prendere il porto d’armi»

Il fratello dell’imprenditrice di Laureana di Borrello fatta sparire il 6 maggio del 2016 depone come testimone al processo e racconta che l’agente con cui avrebbe avuto «una storia d’amore» lo contattò la prima volta il giorno stesso in cui fu trovata l’auto della donna sporca di sangue

di Alessia Truzzolillo

La mattina del sei maggio 2016 Vincenzo Chindamo riceve una telefonata al mattino presto. È Alessandro Dimitrov, un dipendente di sua sorella Maria Chindamo. La aspettava perché dovevano fare dei trattamenti su una coltivazione di kiwi. Dimitrov abitava nella tenuta gestita dall’imprenditrice a Limbadi, a un centinaio di metri dal cancello d’ingresso. Davanti a quel cancello, quella mattina, dice Dimitrov al fratello di Maria, c’è l’auto col motore acceso, c’è «pieno di sangue», ma Maria non c’è. Erano le 7:25 circa del mattino, Vincenzo, ancora stordito dal sonno, fa fatica a comprendere. Chiama sua nipote che all’epoca ha 15 anni. Lei gli dice solo: «Mamma è uscita presto». Vincenzo Chindamo avverte subito i carabinieri, si veste in fretta e raggiunge Limbadi, località Montalto. Ci arriva in poco meno di un quarto d’ora e trova l’auto di sua sorella con lo sportello socchiuso e tracce di sangue sparse: sul cofano, sul paraurti posteriore, sulla maniglia dal lato guida, per terra e su un muretto che delimitava la proprietà.

Il duplice movente secondo l’accusa

Sono immagini che Vincenzo Chindamo ha richiamato davanti alla Corte d’assise di Catanzaro, nel processo che vede imputato Salvatore Ascone, un allevatore proprietario di un terreno vicino a quello di Maria Chindamo, accusato di concorso in omicidio. Concorso con personaggi al momento ignoti. Ma il reato contestato è aggravato dalle modalità mafiose perché Ascone – è il narrato dell’accusa – avrebbe aiutato a far sparire l’imprenditrice per poter acquisire i terreni Chindamo e gestirli per conto della cosca Mancuso. Quella di sottrarre con la forza i terreni ad altri, dicono i collaboratori di giustizia, era una pratica che un ramo della cosca di Limbadi eseguiva spesso. Anche se, sostengono le tesi della Dda di Catanzaro, in questo caso specifico c’erano di mezzo questioni d’onore che, in particolare il suocero di Maria Chindamo, Vincenzino Punturiero, classe 1929, deceduto qualche anno fa, avrebbe voluto risolvere seguendo metodi di subcultura patriarcale.

Omicidio Chindamo: nel racconto del fratello Vincenzo il suicidio del marito Nando un anno prima della sua scomparsa

La strada (pericolosa) verso l’autodeterminazione

Maria aveva deciso di separarsi dal marito, Ferdinando Punturiero, e questi, qualche mese dopo l’annuncio della separazione, l’8 maggio 2015, si era tolto la vita. Vincenzo Chindamo racconta in aula che Ferdinando Punturiero gli aveva confidato che due cose lo avevano deluso: la rottura con Maria e le continue pressioni del padre Vincenzino che lo accusava di «non sapersi tenere la moglie». Ma l’imprenditrice, viene fuori dalla testimonianza del fratello, non ha mai ceduto a ricatti e pressioni e ha testardamente portato avanti la propria vita e lottato per la propria autodeterminazione.

La telefonata del poliziotto

Il giorno in cui Maria Chindamo è scomparsa, il fratello ricorda che i carabinieri tardavano ad arrivare sul luogo dell’aggressione. Mentre li aspettava, Vincenzo Chindamo riceve una telefonata. Era Giovanni Tagliaferro, un poliziotto col quale sua sorella aveva iniziato «una storia d’amore». Tagliaferro gli chiede notizie di Maria. Vincenzo Chindamo dice di non sapere come l’uomo facesse a sapere della situazione o come avesse avuto il suo numero.

Processo Chindamo, testimonia il fratello Vincenzo: «Un rumeno disse che se parlava gli tagliavano la testa»

Le rivelazioni

Qualche tempo dopo la scomparsa di Maria Chindamo, Vincenzo riceve una nuova telefonata da Giovanni Tagliaferro. Era il 20 ottobre 2017. Il poliziotto gli spiega che lo avrebbero trasferito a Vibo Valentia e avrebbe potuto dare una mano a far luce sulla scomparsa di Maria, anche se sul caso stavano indagando, in realtà, i carabinieri. Tagliaferro racconta a Vincenzo Chindamo particolari della vita di sua sorella che lui non conosceva. Sapeva, ad esempio, che Maria era preoccupata in quel periodo ma ignorava il fatto che si fosse informata su come prendere un porto d’armi.
Maria Chindamo, riferisce il poliziotto a Vincenzo, gli aveva raccontato che una persona «voleva comprare il terreno per un prezzo irrisorio». Tagliaferro non sa il nome ma dice che era «un vicino limitrofo e Maria per toglierselo di dosso gli aveva risposto che per il doppio del prezzo avrebbe comprato lei il suo terreno».

Maria Chindamo aveva detto tanti no a muso duro. No alla svendita del suo terreno, no alle pressioni di alcuni familiari di suo marito. Aveva anche confidato al fratello – racconta Vincenzo Chindamo in aula – che nei periodi più duri della crisi matrimoniale, lei andava a rifugiarsi in un’abitazione a Tropea. Qui aveva notato, in almeno un paio di occasioni, la presenza di un cugino di suo marito, Vincenzo Puntoriero, fermo sul corso di Tropea «nel punto in cui Maria girava per andare a casa sua», dice il teste.

Nel corso dell’esame Vincenzo Chindamo, rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci, ha spiegato che Vincenzo Puntoriero è stato coinvolto nell’inchiesta Rinascita Scott (condannato in appello a 4 anni e 4 mesi per esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, per aver percosso e minacciato un avvocato e averlo costretto a restituire i soldi della parcella poiché “accusato” di aver mal difeso il fratello, ndr). E fu sempre lui, il giorno in cui Maria scomparve, a pubblicare un post su Facebook, intorno a mezzogiorno, dedicato al ricordo del cugino Ferdinando, marito di Maria (il cui anniversario di morte sarebbe caduto due giorni dopo).

Maria a Tropea aveva paura di essere seguita.
Suggestioni? Maria Chindamo di certo era parecchio preoccupata, anche se non ha mai mollato, fino alla fine, i propri propositi di libertà.