Vibo, il dolore di Bruno Virdò per la morte della moglie dopo le complicazioni di un intervento chirurgico: «Perché Romania oggi è in quel loculo?»
Al cimitero di Longobardi la posa della lapide nella cappella di famiglia. La donna, 42 anni, è morta il 10 settembre scorso allo Jazzolino, dopo un’operazione in una clinica del Cosentino. Il marito chiede alla magistratura di accertare eventuali responsabilità. La Procura di Vibo ha aperto un fascicolo sulla vicenda
«Perché mia moglie oggi, mamma di mio figlio, si trova qua?». Non si dà pace Bruno Virdò per la morte della moglie Romania, deceduta a 42 anni il 10 settembre scorso all'ospedale Jazzolino, dopo un intervento in una clinica del Cosentino. È la rabbia di un uomo che non riesce a rassegnarsi a una perdita che, per lui, non sarebbe dovuta accadere.
Bruno piange, si dispera, si inginocchia davanti all'immagine della donna che amava. Tra le mani stringe la croce che il figlio di quattro anni aveva tenuto mentre pregava, chiedendo che la mamma tornasse da lui.
La posa della lapide a Longobardi
Ieri mattina, al cimitero di Longobardi, è stata posata la lapide nella cappella di famiglia. Una cerimonia raccolta, alla presenza dei familiari, segnata dalle lacrime e da una rabbia che non trova pace.
Accanto a Bruno c'è Anna Piccolo, sorella di Romania. Piange la donna con cui è cresciuta, la sorella più piccola, ma anche il nipote che ogni giorno domanda dove sia finita sua madre.
«Abbiamo quel bambino e dobbiamo andare avanti, per forza, sempre per l'amore di mio nipote», racconta Anna. «Ma è un dolore che senti dentro. Che ti devasta la vita».
Nelle sue parole si alternano il lutto per la sorella e la sofferenza di vedere un bambino di quattro anni crescere senza la mamma.
«Vedere un bambino che dice ogni giorno: “Voglio la mamma, la mamma dov'è?”. Sentire che si mette i soldi da parte, che deve pagare il dottore, che deve guarire la sua mamma. Un bambino di quattro anni…».
Anna torna con la memoria al 10 settembre, al momento in cui le è stato consentito di vedere la sorella in terapia intensiva. Poi torna al bambino, al cognato distrutto, alla necessità di trovare la forza di andare avanti.
Il racconto di Bruno: «Non si può morire per una gamba»
Accanto alla tomba, Bruno ripercorre i giorni precedenti alla morte della moglie. Racconta dell'intervento, delle rassicurazioni ricevute dal chirurgo e di quella gamba che, dopo l'operazione, non sembrava guarire. Parla dei punti che si sarebbero aperti, delle richieste di aiuto e delle ore che hanno preceduto l'alba del 10 settembre.
Poi l'emorragia, il tentativo di tamponarla con un lenzuolo, la chiamata al 118 e la corsa al pronto soccorso dello Jazzolino. Romania sarebbe morta circa tre ore dopo.
È su questa sequenza di eventi che il marito chiede di fare luce. Non formula accuse definitive nei confronti di singoli professionisti, ma vuole sapere se siano stati compiuti tutti gli interventi necessari e se vi siano responsabilità.
«Sto lottando da mesi, mi stanno uccidendo»: il dolore e le accuse ai medici della 42enne di Tropea prima della morte«Perché non è stata portata subito in sala operatoria per chiudere quella vena, quel punto che si sarà liberato? Perché mia moglie oggi, mamma di mio figlio, si trova qua?».
Bruno si rivolge direttamente alla magistratura: «Per fare luce su questa drammatica vicenda e trovare i responsabili. Io non la dovevo vedere qua, nel cimitero. Mia moglie aveva 42 anni».
La Procura di Vibo Valentia ha aperto un fascicolo d’indagine. Saranno gli accertamenti degli inquirenti a stabilire che cosa sia accaduto e se vi siano state condotte negligenti o errori.
La fotografia sulla lapide e la croce del bambino
Mentre cercava sul telefono una fotografia da mettere sulla lapide, Bruno racconta di aver ritrovato, alcuni documenti firmati dalla moglie. Tra questi anche un'autorizzazione a procedere con l'amputazione della gamba, se fosse stato necessario. «Per una gamba, una vena, mia moglie si trova là dentro. Perché? Mia moglie oggi dovrebbe essere a casa. Dovrebbe essere a casa con mio figlio. Non al cimitero», ripete Bruno.