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10/10/2026 ore 11.38
Cronaca

Tropea, nove infermieri demansionati per dieci anni: l'Asp condannata a risarcirli. «Costretti a pulire anche le sale operatorie»

Due sentenze del Tribunale di Vibo Valentia riconoscono il danno professionale e alla dignità dei lavoratori. Il giudice dispone risarcimenti pari al 10% delle retribuzioni percepite nei periodi contestati. Nursing Up: «L'infermiere non è il tappabuchi dell'organizzazione sanitaria»

di E.D.G.

Dovevano assistere i pazienti, somministrare le terapie e svolgere le attività proprie della professione infermieristica. Ma erano costretti anche a rifare i letti, occuparsi dell’igiene personale dei degenti e pulire le sale operatorie dopo gli interventi. Una situazione protrattasi fino a dieci anni che ora è costata all’Asp di Vibo Valentia due condanne per demansionamento di nove infermieri dell’ospedale di Tropea.

A dare notizia delle sentenze è stato il sindacato Nursing Up, che ha sostenuto le vertenze giudiziarie attraverso le proprie strutture regionali e provinciali. I pronunciamenti del giudice del Lavoro Angela Damiani accolgono i ricorsi presentati dall’avvocato Andrea Baldino, riconoscendo ai lavoratori un risarcimento pari al 10% delle retribuzioni percepite nei periodi accertati, oltre agli interessi.

Le testimonianze: «Dovevamo pulire la sala dopo gli interventi»

Dagli atti giudiziari emerge un quadro di carenze di personale nei reparti di Medicina, Urologia e Chirurgia-blocco operatorio. In Medicina gli operatori sociosanitari non coprivano i turni notturni; in Urologia risultavano carenze anche durante il giorno; nel blocco operatorio mancava personale Oss dedicato.

«Dal 2015 nel reparto di Medicina non esistevano gli Oss. Mancando gli Oss dovevamo noi infermieri sopperire anche alle attività di questi ultimi», ha raccontato una testimone.

Ancora più esplicita la testimonianza relativa alla sala operatoria: «Al posto dell’Oss dovevamo pulire la sala a fine intervento. E alcune volte dovevamo trasportare il paziente dalla sala operatoria al reparto».

Il giudice: «Una carenza strutturale»

Le testimonianze hanno convinto il Tribunale che non si trattasse di attività occasionali. Il giudice sottolinea che gli infermieri erano stati assegnati a mansioni inferiori «in modo nient’affatto occasionale, quanto piuttosto strutturale, al fine di sopperire alla carenza dell’organico degli Oss».

Le attività improprie li impegnavano quotidianamente «per diverse ore», sottraendo tempo alle competenze professionali. Riconosciuto anche il danno alla dignità professionale, considerando la durata del demansionamento e lo svolgimento di mansioni inferiori «di ben due livelli», sotto gli occhi di pazienti e colleghi.

Risarcimenti per nove lavoratori: le richieste e la decisione del Tribunale

Le due sentenze riguardano complessivamente nove infermieri dell’ospedale di Tropea, con periodi di demansionamento differenti, in alcuni casi estesi dal 2015 al 2024. Nei ricorsi presentati nel gennaio 2025, i lavoratori avevano chiesto all’Asp di Vibo Valentia risarcimenti per complessivi 403.762,50 euro, a titolo di danni da demansionamento e danni morali. Nel dettaglio, quattro infermieri avevano avanzato richieste per un totale di 182.687,50 euro, mentre gli altri cinque avevano quantificato le proprie pretese in 221.075 euro.

Il giudice del Lavoro Angela Damiani ha accolto entrambi i ricorsi, riconoscendo il diritto al risarcimento ma adottando un diverso criterio di quantificazione rispetto alle somme richieste. Il Tribunale ha infatti disposto una liquidazione equitativa del danno, stabilendo per ciascun infermiere un risarcimento pari al 10% della retribuzione mensile effettivamente percepita durante il periodo di demansionamento accertato. La decisione tiene conto sia del pregiudizio alla professionalità, derivante dall’impossibilità di sviluppare pienamente le proprie competenze, sia della lesione della dignità professionale.

Alle somme così determinate dovranno aggiungersi gli interessi legali, mentre è esclusa la rivalutazione monetaria. L’Asp è stata inoltre condannata al pagamento delle spese processuali, liquidate in 3.500 euro per ciascuna delle due cause, oltre agli accessori di legge, per un totale di 7mila euro di compensi legali, al netto degli accessori.

Nursing Up: «L’infermiere non è un tappabuchi»

Il sindacato, attraverso il segretario regionale Stefano Sisinni e il coordinatore provinciale Giuseppe Gliozzi, rivendica il risultato della battaglia giudiziaria.

«Questa sentenza afferma un principio che per noi è sacrosanto: l’infermiere non è il “tappabuchi” dell’organizzazione sanitaria. La carenza di personale di supporto non può trasformarsi in una sistematica e prolungata imposizione di mansioni estranee al profilo professionale dell’infermiere».

Una situazione contro la quale Nursing Up sostiene di essersi battuto per anni: «Non abbiamo mai accettato l’idea che gli infermieri dovessero rassegnarsi a una situazione diventata, nel tempo, apparentemente normale soltanto perché la consuetudine oramai si protraeva da anni. Dieci anni non possono cancellare un diritto».

Il sindacato sottolinea anche le conseguenze per i pazienti: «Un infermiere costretto a trascorrere una parte significativa del proprio turno di lavoro nello svolgimento di attività di supporto non proprie del suo profilo è un infermiere al quale viene sottratto tempo» da dedicare all’assistenza specialistica.

Infine, il richiamo alle responsabilità delle aziende sanitarie: «Questa sentenza deve rappresentare un monito per tutte le aziende sanitarie: le carenze di organico e le inefficienze organizzative non possono essere risolte scaricandone il peso sui professionisti, né possono trasformare il demansionamento in una prassi quotidiana».

«Oggi questi lavoratori possono finalmente esultare. Non soltanto per il risarcimento economico riconosciuto dal Tribunale, ma soprattutto perché viene riaffermata la dignità della loro professione». E concludono: «Le competenze si rispettano. I professionisti si rispettano».