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21/04/2026 ore 18.06
Cronaca

Scontro tra clan nelle Preserre, il tentato omicidio a colpi di kalashnikov di Domenico Zannino contestato a 7 indagati

Le operazioni “Conflitto” e “Jerakarni” svelano particolari del tutto inediti sulla guerra di mafia tra le cosche Loielo, Emanuele e Idà. La bomba ceduta dal boss Pantaleone Mancuso doveva servire per eliminare “Testazza” dopo tre falliti agguati

di Giuseppe Baglivo

C’è anche un tentato omicidio ai danni di Domenico Zannino, 37 anni, di Sorianello, tra le contestazioni mosse nell’ambito dell’operazione antimafia denominato “Conflitto” contro il clan Loielo. Una missione di morte che – come recita il capo d’imputazione – non è andata a buon fine “per cause non imputabili alla volontà” degli indagati, in particolar modo “per il mancato transito della vittima”.

Domenico Zannino nello scacchiere dei clan delle Preserre non è un personaggio qualunque, ma per gli inquirenti e il gip distrettuale (che ne ha disposto la custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione della polizia denominata “Jerakarni”) ricoprirebbe un ruolo di primo piano nella cosca degli Emanuele-Idà, prendendo le decisioni più delicate nei periodi di carcerazione dei vertici individuati nei fratelli Bruno e Gaetano Emanuele e nel loro cognato Franco Idà. Per il progettato agguato ai suoi danni, l’operazione “Conflitto” dei carabinieri muove l’accusa di tentato omicidio, aggravato dalle finalità mafiose e dall’aver agito con premeditazione, ai seguenti indagati: Rinaldo Loielo, 35 anni, di Gerocarne; Valerio Loielo, 32 anni, di Gerocarne (fratello di Rinaldo); Filippo Pagano, 35 anni, di Soriano Calabro (cognato dei due Loielo); Cristian Loielo, 38 anni, di Gerocarne (cugino di Rinaldo e Valerio); Francesco Alessandria, 55 anni, detto “Mustazzo”, di Sorianello; Giovanni Alessandro Nesci, detto Alex, 36 anni, di Sorianello; Nicola Figliuzzi, 36 anni, di Sant’Angelo di Gerocarne (collaboratore di giustizia). Gli indagati rispondono tutti a piede libero.

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Le accuse per il tentato omicidio

Secondo la Dda di Catanzaro e i carabinieri, tutti gli indagati “in concorso morale e materiale tra loro”, avrebbero posto in essere “atti idonei e diretti in modo non equivoco a provocare la morte di Domenico Zannino” con la seguente ripartizione di ruoli: mandante dell’agguato viene indicato Rinaldo Loielo (ritenuto elemento di vertice dell’omonima ‘ndrina), il quale avrebbe pianificato i dettagli dell’azione omicidiaria e deliberato l’eliminazione di Zannino poiché “appartenente alla ‘ndrina rivale”; Valerio Loielo, Francesco Alessandria e Filippo Pagano sono invece accusati di aver preso parte “alle riunioni di organizzazione e pianificazione dell'omicidio”. L’indagato Filippo Pagano, “dopo aver partecipato alle riunioni” per la programmazione dell’omicidio, è poi accusato di aver fornito “supporto logistico agli esecutori materiali accompagnandoli, a bordo di una Fiat Punto di colore grigio scuro da lui condotta, sul luogo dell’appostamento ove sarebbe dovuta transitare la vittima”. Giovanni Alessandro Nesci, detto Alex, Nicola Figliuzzi e Cristian Loielo vengono infine indicati dall’accusa quali “esecutori materiali dell’azione delittuosa”. In particolare, muniti di un fucile calibro 12 ed un fucile mitragliatore automatico Kalashnikov (Ak47), Alex Nesci, Nicola Figliuzzi e Cristian Loielo (che rispondo anche per la detenzione e il trasporto delle armi) sono accusati di essersi appostati al margine della strada sita al bivio compreso tra via Collina Angeli e via Ascuto del comune di Sorianello, nascosti nella vegetazione in attesa del passaggio della vittima. Domenico Zannino, però, non è mai transitato da quella strada mandando in fumo l’agguato ai suoi danni preparato nell’agosto del 2012.

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Gli altri agguati falliti contro Zannino 

Se nell’ambito dell’operazione “Conflitto” viene contestato un solo tentato omicidio ai danni di Domenico Zannino, il collaboratore di giustizia Walter Loielo aveva raccontato in aula nel corso del processo “Maestrale-Carthago” di altri due tentati agguati chiamando in causa anche personaggi di San Giovanni di Mileto che avrebbero preso parte alle missioni di morte contro Zannino. “Poi non abbiamo fatto niente perché ci aveva avvisato il cognato di Rinaldo Loielo che c’erano i carabinieri poco più avanti di dove eravamo noi. Ci trovavamo sotto la caserma dei carabinieri di Soriano – ha rivelato in aula durante la deposizione Walter Loielo – pronti a uccidere Domenico Zannino che partiva con l’auto, ma Filippo Pagano, il cognato di Walter Loielo, che era con la sua macchina, tramite un walky talky ci ha avvertito che c’erano i carabinieri al posto di blocco vicino l’ospedale di Soriano.

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La bomba contro Zannino

Dalle carte dell’operazione “Conflitto” emerge un’altra verità sul potente ordigno esplosivo ceduto nel 2013 dal boss di Nicotera Marina, Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, per alimentare lo scontro armato tra i Loielo e il clan Emanuele. Una vicenda per la quale Rinaldo Loielo e Filippo Pagano (fermati con in auto la bomba capace di far saltare un intero palazzo) hanno già scontato una condanna definitiva a 8 anni per la detenzione dell’ordigno. Se in un primo tempo era stato infatti ipotizzato che la bomba poteva servire per eliminare Raffaele Moscato, all’epoca elemento di spicco del clan dei Piscopisani ma parente del boss Franco Idà di Gerocarne, “gli accertamenti esperiti a seguito di detto grave evento delittuoso, nel quale – ricorda la Dda di Catanzaro – oltre al citato Filippo Pagano era stato tratto in arresto anche l’attuale reggente della struttura criminale facente capo alla famiglia Loielo, vale a dire Rinaldo Loielo, hanno permesso di poter accertare come il destinatario di detto ordigno esplosivo risultava essere Domenico Zannino, inteso Testazza, che proprio in virtù del suo stretto legame familiare con i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele doveva essere destinatario di un attentato dinamitardo da esperirsi possibilmente mediante l’utilizzo di detto ordigno esplosivo da collocare nella parte sottostante della propria autovettura, atteso che tutti gli altri tentativi di tendergli un agguato - sino a quel momento organizzati - avevano dato esito negativo”. L’attentato dinamitardo contro Zannino è poi saltato “solo a causa del sopravvenuto arresto di Loielo e Pagano da parte della Polizia di Stato di Gioia Tauro”.

Gli spari contro l’azienda dei Pagano

L’operazione “Conflitto”, così come anche quella denominata "Jerakarni” svelano tuttavia un altro particolare inedito. I magistrati della Dda di Catanzaro e gli investigatori ricordano infatti che “Filippo Pagano è stato definitivamente scarcerato per sopravvenuta espiazione della pena in data 26 luglio 2018 e quindi, proprio qualche giorno prima che a Soriano Calabro ignoti esplodessero ben 30 colpi di Kalashnikov all’indirizzo dell’azienda riconducibile alla propria famiglia F. Pagano srl operante nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti alimentari e dolciari”. Per gli inquirenti, dalle risultanze investigative “la sopravvenuta scarcerazione del predetto Filippo Pagano ha certamente procurato una situazione di particolare allarme tra gli appartenenti al sodalizio criminoso degli Emanuele ed in particolar modo per Franco Idà, inteso Linuccio, ed il suo braccio-destro Domenico Zannino”. Gli inquirenti non escludono quindi che il gruppo Emanuele-Idà-Zannino “temendo per la loro personale incolumità ed al fine scongiurare eventuali azioni di rappresaglia nei loro confronti, da parte del sodalizio criminoso opposto, abbiano organizzato tale evento”, ovvero la sparatoria a colpi di Kalashnikov contro l’azienda di dolciumi dei Pagano con “il preciso scopo di intimidire Filippo Pagano e contestualmente avvertirlo della necessità che egli, una volta rimesso in libertà, non facesse più ritorno nel suo territorio di origine, atteso il loro consolidato ed ormai affermato predominio su quello che era il territorio conteso”.

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