Processo Imponimento, chiesto un nuovo appello per 36 tra boss e colletti bianchi: ecco il ricorso della Pg in Cassazione – NOMI
Il procuratore generale Sforza si oppone ad assoluzioni e sconti di pena nel procedimento contro il clan Anello e chiede l’intervento della Suprema Corte. Chiesta la degradazione per il finanziere Bretti. L’accusa rileva gravi inosservanze come il mancato riconoscimento dell’illecita concorrenza e delle aggravanti mafiose
Il maxi-processo Imponimento, nato dall'inchiesta della Dda di Catanzaro contro la cosca Anello-Fruci di Filadelfia e i clan alleati operanti tra il Vibonese, il Lametino e il Catanzarese, giunge al vaglio della Corte di Cassazione. Il sostituto procuratore generale Raffaela Sforza ha depositato il ricorso contro la sentenza del 23 settembre 2024 emessa dalla Corte d'Appello di Catanzaro a conclusione del rito abbreviato. La Procura generale chiede l'annullamento con rinvio per 36 imputati, contestando pronunce di assoluzione e sanzioni al ribasso ritenute prive di tenuta logica.
Il ricorso della Procura Generale
Nelle motivazioni dell'atto di impugnazione, il sostituto pg Raffaela Sforza punta il dito contro la «mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione» della decisione di secondo grado. L'accusa rileva come i giudici d'appello siano incorsi in gravi inosservanze, escludendo l'illecita concorrenza e le circostanze aggravanti dell'agevolazione e del metodo mafioso. Viene rimarcata la violazione dell'obbligo di motivazione rafforzata, la quale deve possedere una «forza persuasiva superiore» ed evidenziare l'«obbligo di dimostrare specificamente l'insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza del primo giudice» qualora si ribaltino le condanne. Si contesta inoltre il mancato rispetto del «divieto di lettura parcellizzata degli indizi», che ha compromesso la valutazione della pervasiva capacità del clan nel «controllo del territorio».
L'impugnazione riguarda anzitutto i presunti vertici mafiosi dell'area vibonese. Per Domenico Bonavota, capocosca di Sant'Onofrio assolto in appello, il pg evidenzia come risultino «provati gli accordi spartitori» siglati con gli Anello. Un processo d'appello bis è chiesto anche per Vincenzo Barba, Filippo Catania e Paolino Lo Bianco, storici esponenti della consorteria Lo Bianco-Barba coinvolti nelle estorsioni per la gestione delle strutture turistiche.
Il «monopolio della cosca Anello»
L'atto investe poi i capi e gli intermediari dell'organizzazione criminale. Vi rientrano il boss Rocco Anello (assolto da nove capi di imputazione), il figlio Francescantonio Anello, Vincenzino Fruci, Nicola Antonio Monteleone, Daniele Prestanicola, Domenico Prestanicola, Giuseppe Barbieri, Fiore Francesco Masdea, Giuseppe Fortuna e Salvatore Giorgio. L'accusa richiama le evidenze di un «sistema collaudato di spartizione degli appalti» e di una «situazione di monopolio in capo alla cosca Anello», con conseguente «forzoso boicottaggio operato ai danni delle imprese concorrenti», «distorsione delle regole di funzionamento del mercato» e «compressione della libertà di concorrenza mediante minaccia implicita». Il pg impugna le assoluzioni di Angela Bartucca, accusata di veicolare «imbasciate» o agire da «veicolatore abituale di notizie», Massimo Gugliotta, Gino Stranges, Domenico Gallello (accusato di «schermare il reale acquirente»), Francesco Antonello Trovato e Giovanni Giardino, sollecitando il ripristino della confisca dei beni.
Colletti bianchi e professionisti
La Procura chiama in causa anche colletti bianchi e professionisti. Chiesto un nuovo giudizio per l'imprenditore-avvocato Vincenzo Renda e per il dirigente regionale Serafino Nero. Il ricorso colpisce il funzionario comunale Gianni Melina, i fratelli Tommaso Galati e Giuseppe Galati, Vito Chiefari, e i cugini Antonio Luciano Galati e Angelo Galati. Per il finanziere Domenico Bretti si chiede la «degradazione prevista dall'art. 33 del codice penale militare di pace».
Gli uomini vicini alla cosca
La Procura generale ha impugnato le posizioni di Vito Bretti (assolto dall’associazione mafiosa perché ritenuto semplicemente vicino a Giovanni Anello ma il pg evidenza una stabile e consapevole messa a disposizione dell'imputato a favore della cosca Anello, con compiti strategici dedicati al controllo del territorio) e Stefano Montauro, imputato per reati in materia di sostanze stupefacenti, nei suoi confronti la Corte d'Appello di Catanzaro aveva dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, previa esclusione dell’aggravante mafiosa. Ma la Procura generale contesta l'esclusione dell'aggravante mafiosa, sostenendo che Montauro fosse pienamente consapevole del contesto criminale in cui operava.
Infine, si sollecita la revisione delle posizioni di Antonio Talarico (accusato di illecita concorrenza per essersi imposto nei cantieri edili privati sfruttando la minaccia implicita derivante dalla sua nota vicinanza alla cosca Anello), Giuseppe Ruccella (indicato come l'imprenditore proiettato nel settore delle forniture di calcestruzzo per i cantieri nell'interesse del clan Bonavota), Francesco Serratore (imputato per illecita concorrenza con minaccia o violenza nell'ambito dei lavori edilizi della zona, la Procura ne impugna l'assoluzione contestando la mancata valutazione del clima d'intimidazione ambientale che alterava il funzionamento del mercato), Alfredo Cracolici (considerato partecipe alla gestione degli affari illeciti legati alla droga, rapportandosi con Rocco Anello e i suoi intermediari) e Domenico Cracolici (fratello di Alfredo, considerato acquirente e committente di ingenti partite di sostanze stupefacenti fornite direttamente dal boss Rocco Anello).