Operazione Matrix: l’asse tra il nipote dei De Stefano, i Mancuso di Limbadi e gli Accorinti di Briatico
Dall’indagine emergono i rapporti tra l’arrestato Gaetano Chirico e i clan del Vibonese. I contrasti a Reggio tra un architetto arrestato quale “capo locale” e il geometra condannato per mafia nel processo “Costa Pulita”
Delinea anche gli storici rapporti tra il clan De Stefano di Archi, le sue appendici familiari e la ‘ndrangheta vibonese, l’operazione antimafia “Matrix” scattata ieri ad opera della Dda di Reggio Calabria. Tra gli arrestati, infatti, emerge soprattutto la figura di Gaetano Chirico, 52 anni, di Reggio Calabria, nipote di Paolo De Stefano, il boss dei boss di Reggio Calabria ucciso ad Archi il 13 ottobre 1985 dal cartello rivale dei Condello e degli Imerti aprendo di fatto la seconda guerra di mafia. Gli inquirenti individuano Gaetano Chirico quale «promotore, dirigente ed organizzatore dell’articolazione della ‘ndrangheta geneticamente riferibile al territorio di Archi, ma con penetrante influenza ed egemonia criminale sull'intero territorio reggino».
Blitz Reggio Calabria contro le cosche Tegano, De Stefano e Condello: ecco i NOMI degli arrestatiLa truffa e la richiesta di aiuto ai Mancuso e ad Accorinti
Gli inquirenti in un apposito capitolo dell’inchiesta ricostruiscono la reazione organizzata dall’articolazione della ‘ndrangheta reggina allorché Giuseppe Saraceno subiva una truffa sull’acquisto di un ponteggio del valore di 40.000 euro. Al fine di tutelarlo, Gaetano Chirico si sarebbe mosso in varie direzioni, soprattutto mettendosi in contatto con esponenti delle cosche del Vibonese. Sono le intercettazioni a svelare gli storici rapporti di confidenzialità intrattenuti da Gaetano Chirico con i fratelli Diego e Pantaleone Mancuso, riferendo come “fosse solito passare con loro anche momenti di convivialità”. In particolare negli anni ’90 il boss Diego Mancuso – stando alle “confessioni” di Chirico nelle intercettazioni – avrebbe messo a disposizione del nipote di Paolo De Stefano “un’abitazione di sua proprietà ubicata a Tropea per trascorrere le vacanze estive. In altra occasione, invece, Diego Mancuso avrebbe regalato a Gaetano Chirico un camper del valore di 60mila euro acquistato dal boss di Limbadi “con i proventi dell’attività usuraria”.
Ai fini invece dell’identificazione di Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, quale soggetto anche lui in stretti rapporti con Chirico, gli inquirenti valorizzano un’intercettazione in cui lo stesso Chirico indica Luni Mancuso come il “padre di Giuseppe ed Emanuele Mancuso, quest’ultimo recentemente divenuto collaboratore di giustizia”. Gaetano Chirico ricordava quindi, di essersi recato “presso l’abitazione di Luni Mancuso ubicata nel comune di Nicotera avendo modo di incontrare i figli di quest’ultimo, i quali avevano poco meno di dieci anni. Per queste ragioni deve ritenersi che il periodo a cui Chirico fa riferimento risale all’anno 1995 circa”.
Tali pregressi rapporti sarebbero serviti a Gaetano Chirico, mediante l’intermediazione di un esponente del clan Bellocco di Rosarno, a cercare un appuntamento con Diego Mancuso e con il boss di Briatico, Antonino Accorinti, al fine di interessarli della vicenda della truffa. Anche da tali interessamenti e legami, gli inquirenti ricavano la circostanza che Gaetano Chirico “riveste certamente un peso criminale all’interno della ‘ndrangheta reggina, capace di interloquire anche con esponenti di spicco della criminalità organizzata vibonese. Ciò in forza degli storici rapporti intrattenuti da Chirico con il potente casato di ‘ndrangheta dei Mancuso”. Sarebbe stato invece l’esponente del clan Bellocco di Rosarno a prendere l’impegno con Chirico per fissare un appuntamento con il boss di Briatico Antonino Accorinti. Ad avere un ruolo nella truffa – secondo Chirico – sarebbe stato infatti un soggetto di Briatico “amico di Nino Accorinti”. Qualora la questione non si fosse risolta, Chirico e compagni avrebbero avuto intenzione di rivolgersi anche al boss Giuseppe Mancuso (cl. ’49), alias ‘Mbrogghja, che in quel momento non intendevano però disturbare poiché alle prese con il lutto familiare della figlia deceduta il 24 febbraio 2022.
I rapporti dell’architetto reggino e capo “locale” con i vibonesi
Tra gli arrestati dell’operazione Matrix c’è anche l’architetto Fortunato Marino, 63 anni, di Reggio Calabria, in carcere per il reato di associazione mafiosa in quanto indicato quale “capo locale, promotore, dirigente ed organizzatore dell’articolazione di Aretina e luoghi limitrofi”. Attivo nel campo delle costruzioni, gli inquirenti al fine di dare conto del “peso” di Fortunato Marino nei quartieri di Aretina e Arghillà di Reggio Calabria sottolineano in primis “alcuni rapporti sinergici registrati tra Marino ed il geometra Salvatore Prostamo”, di Briatico, condannato in via definitiva lo scorso anno a 4 anni e 9 mesi nell’operazione “Costa Pulita” contro il clan Accorinti. In particolare, Prostamo avrebbe svolto in “Costa Pulita” il ruolo di “raccordo tra i vertici della cosca e gli amministratori o i funzionari del Comune di Briatico, nonché di prestanome”.
Nell’ambito della collaborazione per la riqualificazione del patrimonio edilizio (c.d. bonus edilizio), l’attività di indagine della Dda di Reggio Calabria avrebbe portato a registrare – sottolineano gli inquirenti – “una certa tensione tra Prostamo ed alcuni soggetti vicini a Fortunato Marino. In quel contesto, a ribadire come anche chi veniva da fuori avrebbe dovuto rispettare le regole di ‘ndrangheta ordinarie, Fortunato Marino rassicurava il suo interlocutore dicendogli di non dare peso alle parole di Salvatore Prostamo in quanto “qua siamo a Reggio e comandiamo noi”! Le problematiche tra Salvatore Prostamo e Fortunato Marino sarebbero sorte per via della “spartizione dei compensi relativi alle pratiche edilizie espletate sul territorio di Reggio Calabria”. Più in particolare, un geometra legato a Fortunato Marino si sarebbe lamentato del “comportamento scorretto ed arrogante tenuto da Salvatore Prostamo per aver manifestato l’intenzione di interrompere drasticamente la loro collaborazione lavorativa a cagione di alcune problematiche economiche”. A quel punto, però, Fortunato Marino avrebbe invitato il geometra di sua fiducia a non dare peso alle parole di Prostamo, pena un suo intervento diretto per dirimere ogni contrasto. “Il comportamento assunto da Salvatore Prostamo fornisce a Fortunato Marino l’assist per una energica reazione, tanto che, nel corso del colloquio telefonico, lascia trapelare tutta la sua autorevolezza criminale: “Che stia con due piedi in una scarpa quando ha a che fare con noi, perchè non siamo ragazzi che ci può trattare in questa maniera”. Per gli inquirenti, quindi, Fortunato Marino “da un lato tranquillizza il suo interlocutore dicendogli che “non è successo niente”, d’altra parte, fortemente indispettito, pone in risalto il proprio carisma criminale, precisando di sapere che pochi giorni prima Salvatore Prostamo era stato condannato, dimostrando così di conoscere perfettamente il contesto criminale vibonese in cui risulta inserito”. Pur sapendo però dell’appartenenza di “Prostamo alla ‘ndrangheta vibonese, Fortunato Marino non mostra alcun timore di andare allo scontro, paventando finanche eventuali azioni ritorsive”. Per la Dda di Reggio Calabria, che si tratti di una chiara ammissione di “forza criminale esercitata da Fortunato Marino è evidente soprattutto quando lo stesso anticipa che avrebbe estromesso Salvatore Prostamo dai lavori relativi ai condomini Magna Grecia e di Arghillà, senza temere alcun confronto con Prostamo, nonostante i suoi legami con la ‘ndrangheta vibonese”.
Salvatore Prostamo, Antonino Accorinti, Diego Mancuso, Pantaleone e Giuseppe Mancuso non figurano tra gli indagati dell’operazione Matrix.