Operazione Anteo, sentenza della Cassazione anche per l’ex compagna di Emanuele Mancuso che viene assolta
Regge invece l’accusa per un imputato vibonese finito nell’inchiesta della Dda di Catanzaro. Respinti altri tre ricorsi dei difensori
Pone la parola “fine” la seconda sezione penale della Cassazione per il troncone ordinario dell’operazione della Dda di Catanzaro denominata “Anteo” che ha registrato il coinvolgimento anche di due vibonesi. Va definitiva la condanna a 8 anni e 9 mesi di reclusione (9 anni in primo grado) per Clemente Selvaggio, 31 anni, di Vibo Valentia, mentre incassa l’assoluzione definitiva Nensy Vera Chimirri, 34 anni, di Capistrano, che in primo grado era stata condanna a 7 anni e 6 mesi di reclusione ma era poi stata assolto in appello. Nensy Vera Chimirri è l’ex compagna dell’attuale collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso. Era stata la Procura Generale di Catanzaro ad impugnare la sentenza di assoluzione nei confronti di Nensy Vera Chimirri, mentre i difensori avevano impugnato la condanna riportata da Clemente Selvaggio.
L’iter processuale
La vicenda processuale riguarda un’indagine sviluppatasi a partire dal 2017 che aveva svelato l’esistenza, nel territorio di Soverato, di un’associazione dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti facente capo ai fratelli Fabiano Damiano e Fabiano Giuseppe di Chiaravalle. Le attività investigative e in particolare le intercettazioni avevano consentito di accertare i singoli fatti di reato contestati ai ricorrenti, da ascrivere all’attività dell’organizzazione criminale ovvero ad essa connessi e, in qualche caso, anche compiuti in autonomia. La Corte d’Appello di Catanzaro, parzialmente riformando la sentenza del Tribunale di Catanzaro, emessa il 20 marzo 2024, ha assolto Nensy Vera Chimirri dal reato di estorsione per non aver commesso il fatto e ha poi rideterminato la pena nei confronti di Clemente Selvaggio in ordine ai reati di estorsione aggravata e porto abusivo di pistola.
La Procura Generale di Catanzaro aveva dedotto violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla pronuncia assolutoria con cui la Corte d’Appello è pervenuta con riferimento alla posizione di Nensy Vera Chimirri, alla quale era stato contestato il concorso nel reato di estorsione aggravata commesso con il ricorrente Clemente Selvaggio, rispetto al quale il Tribunale in primo grado aveva affermato la sua responsabilità. La Procura Generale di Catanzaro ha poi contestato l’assunto della Corte d’Appello di Catanzaro di non aver ritenuto che l’imputata avesse avuto piena consapevolezza dei metodi estorsivi che il coimputato Clemente Selvaggio avrebbe utilizzato nei confronti della vittima Damiano Fabiano, per il recupero del credito da questi dovuto a Emanuele Mancuso, compagno dell’imputata e detenuto in quel periodo. Il dolo del reato si sarebbe dovuto dedurre, secondo il ricorso, dal fatto che la donna, avendo convissuto per anni con Emanuele Mancuso, “era al corrente di tutte le attività illecite di quest’ultimo ed era stata da questi incaricata, nello specifico, di affidare a Clemente Selvaggio il compito di riscuotere il credito illecito vantato dal convivente del quale condivideva metodi e intenzioni”.
La decisione della Cassazione
Per la Cassazione, l’indagine - che ha preso le mosse dalle dichiarazioni di Emanuele Mancuso (che ha deciso di collaborare con la giustizia dal 18 giugno 2018) alle quali si erano affiancate numerose intercettazioni - ha consentito di dimostrare che il collaborante, detenuto all’epoca dei fatti, aveva affidato alla sua compagna del tempo, Chimirri Nensy Vera, l’incarico, contenuto in un bigliettino nascosto consegnatole durante un colloquio in carcere, di riscuotere crediti nei confronti di vari soggetti per partite di droga cedute. In particolare, uno dei creditori era Fabiano Damiano ed il materiale recupero del credito era stato “girato” dall’imputata al ricorrente Clemente Selvaggio, che ella sapeva essere collaboratore fidato del proprio compagno, il quale lo aveva indicato con uno specifico pseudonimo nel biglietto consegnato alla Chimirri, in modo da darle indicazioni su come dovesse portare a compimento il recupero dei vari crediti attraverso il coimputato, indicato da Mancuso, in generale, quale suo “affiliato”, affermazione riscontrata da una specifica intercettazione.
Per la Suprema Corte, tutti i dati processuali hanno riconosciuto che la Chmirri “era a conoscenza, per avere vissuto tanti anni a contatto con Mancuso Emanuele, che i crediti provenissero da affari illeciti del compagno”. Tuttavia per la Cassazione va “escluso, nel caso specifico, che la donna - la quale aveva sostanzialmente fatto da tramite della richiesta del Mancuso, non compiendo direttamente l’azione materiale del delitto contestato - fosse consapevole dei metodi estorsivi che Clemente Selvaggio aveva utilizzato con il debitore, come chiaramente emergenti dalle intercettazioni inerenti ai dialoghi che il debitore Fabiano Damiano intratteneva con il fratello Giuseppe ed altri soggetti, nonché con lo stesso Clemente Selvaggio”.
Quanto a quest’ultimo, la condanna si è basata sull’analisi “assai dettagliata delle intercettazioni di numerosi dialoghi che avevano avuto la persona offesa come protagonista ma in alcuni dei quali aveva partecipato lo stesso ricorrente Clemente Selvaggio”. In essi era emersa la pretesa estorsiva personalmente veicolata dall’imputato alla persona offesa, “particolarmente evidente, anche in relazione alla sussistenza dell’aggravante dell’uso del metodo mafioso (“non pensate che vi nascondete, che abbiamo amicizie a Chiaravalle ed a Torre di Ruggiero”) costringendo la vittima a “versare somme di danaro in più di una occasione (così realizzandosi il profitto della estorsione), l’ultima delle quali caduta sotto la diretta osservazione della polizia giudiziaria che aveva sequestrato le banconote”.
Le altre condanne
Vanno poi definitive le seguenti condanne: 4 anni per Luciano Iozzo, 62 anni, di Chiaravalle Centrale; un anno e 7 mesi per Santino Procopio, 42 anni, di Chiaravalle Centrale; 3 anni e 6 mesi per Antonio Rei, 36 anni, di Chiaravalle Centrale. Unico ricorso accolto quello nell’interesse di Vincenzo Manno, 36 anni, di Catanzaro (condannato in precedenza a 3 anni e 6 mesi), difeso dall’avvocato Arturo Bova per il quale è stata annullata senza rinvio la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro con conseguente assoluzione definitiva dell’imputato.