Tre operai morti in poche ore in Calabria (uno nel Vibonese), i sindacati: «Strage continua, basta passerelle e tavoli inutili»
Il decesso che si è registrato nel cantiere di Francavilla Angitola non è stato l’unico delle ultime ore. La Cgil parla di «operaicidio», la Cisl chiede una svolta radicale e la Uil sottolinea il «costo umano insostenibile». Le organizzazioni sindacali sollecitano più vigilanza, organici ispettivi rafforzati e formazione reale per fermare la scia di sangue
Tre morti sul lavoro in Calabria in due giorni. Dopo le tragedie di Anoia Superiore e Francavilla Angitola, con il decesso dell’operaio di 53 anni originario di Reggio Calabria nel cantiere del depuratore consortile, un’altra vittima si è aggiunta poche ore dopo a Paola. Una sequenza che fa parlare i sindacati di «strage annunciata», «ecatombe» e «scia di sangue» da fermare con una svolta immediata su controlli, prevenzione, formazione e sicurezza nei cantieri.
La Fillea Cgil: «Non possiamo più parlare di fatalità»
La Fillea Cgil Calabria, in una nota firmata dal segretario generale Simone Celebre, e diffusa prima del terzo decesso, «esprime dolore, rabbia e profondo cordoglio per la morte dell’operaio di 53 anni originario di Reggio Calabria, deceduto nel cantiere del depuratore consortile di Francavilla Angitola, schiacciato da un camion-gru durante le attività di manutenzione e adeguamento dell’impianto e per il 46enne deceduto ad Anoia Superiore dopo essere caduto dal terzo piano di un’abitazione».
Per il sindacato edile, già davanti ai primi due decessi in poche ore, il punto era uno: «A distanza di poche ore, la Calabria conta due morti sul lavoro. Non possiamo più parlare di fatalità. È un vero e proprio operaicidio che continua a consumarsi nel silenzio generale, mentre lavoratori e lavoratrici continuano a uscire di casa senza avere la certezza di farvi ritorno».
«Basta slogan e passerelle»
La nota della Fillea richiama le condizioni in cui spesso si lavora nei cantieri e punta il dito contro un sistema che, dopo ogni tragedia, sembra ripetere lo stesso rituale. «Queste persone sono vittime del dovere, cadute mentre svolgevano il proprio lavoro, spesso in condizioni difficili, sotto pressione, tra appalti, subappalti, ritmi insostenibili e controlli insufficienti. Ogni volta assistiamo allo stesso copione, cordoglio, dichiarazioni di circostanza, tavoli istituzionali, promesse. Poi tutto torna come prima, fino al prossimo morto. Basta slogan. Basta passerelle. Basta tavoli inutili regionali che non producono alcun cambiamento reale».
Secondo la Fillea calabrese, «serve una presa di coscienza collettiva e immediata. Serve il coraggio di dire che la sicurezza sul lavoro deve diventare una priorità assoluta e non un costo da comprimere».
La Cisl: «Tre vite spezzate, serve una svolta radicale»
Dopo il terzo incidente mortale, è arrivata anche la presa di posizione della Cisl calabrese, che parla di «tre vittime sul lavoro in Calabria in due giorni. Una ecatombe. Una scia di sangue che va fermata. Occorre una svolta radicale».
Il sindacato ricostruisce la sequenza degli ultimi episodi: «In appena due giorni tre vite spezzate in altrettanti incidenti mortali sui luoghi di lavoro avvenuti ad Anoia, Francavilla Angitola e poche ore fa a Paola. Settori diversi, contesti diversi, ma una stessa causa: la carenza di tutele reali sulla salute e sicurezza».
La Cisl calabrese «esprime il suo cordoglio alle famiglie, chiedendo che possa essere fatta piena luce sull’accaduto e accertate le responsabilità».
Lavia: «Crepe enormi nel sistema di prevenzione»
Per il segretario generale Giuseppe Lavia, la successione degli incidenti impone una reazione non più rinviabile: «Di fronte a queste tragedie è evidente come le crepe dell’attuale sistema di prevenzione e di controlli siano enormi».
Da qui la richiesta di un intervento strutturale: «Dinnanzi a questa autentica vergogna nazionale, serve una svolta radicale, che passa dal potenziamento immediato del numero di ispettori, da un più forte coordinamento degli enti preposti, da un rafforzamento della prevenzione e da un innalzamento della qualità della formazione».
Controlli, formazione e appalti
Sulla stessa linea, la Fillea Cgil indica gli interventi ritenuti necessari per impedire che il cordoglio resti l’unica risposta pubblica alle morti sul lavoro: «Bisogna aumentare i controlli nei cantieri. Rafforzare gli organici ispettivi. Garantire una formazione vera e continua. Fermare la logica del massimo ribasso e pretendere il rispetto rigoroso delle norme di sicurezza in ogni appalto pubblico e privato. Non si può continuare a morire nel 2026 per guadagnarsi da vivere. La Calabria sta pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e dignità del lavoro».
Celebre richiama infine il peso di responsabilità che ogni incidente mortale lascia sul sistema istituzionale e produttivo: «Ogni morte sul lavoro rappresenta una sconfitta per le istituzioni, per le imprese che non investono in sicurezza e per un sistema che troppo spesso considera la prevenzione un fastidio burocratico invece che un dovere morale e civile».
La richiesta conclusiva è che non ci si fermi alle dichiarazioni di circostanza: «La Fillea Cgil Calabria chiede che venga fatta piena luce su quanto accaduto e che siano accertate rapidamente eventuali responsabilità. Ma soprattutto chiede che questa lunga scia di sangue venga fermata subito. Perché dietro ogni casco c’è una persona, una famiglia, una vita che non può essere sacrificata sull’altare del profitto e dell’indifferenza».
Senese (Uil): «Bilancio umanamente e socialmente insostenibile»
Sulla stessa lunghezza d’onda la Uil, che parla di «un triste bilancio che è umanamente e socialmente insostenibile». A sottolinearlo è Mariaelena Senese, segretaria generale della Uil Calabria: «Non ci rassegniamo alla logica delle morti bianche come prezzo da pagare. Non possiamo stare in silenzio. E non basta un grido d'allarme. Serve un processo legislativo serio, responsabile e partecipato. Non vogliamo scorciatoie».
Le tre morti sono giunte a poco più di una settimana dalla manifestazione nazionale dei sindacati per la Festa dei Lavoratori. In Calabria, i sindacati avevano scelto di trovarsi nell’area del Porto di Gioia Tauro, a pochi chilometri dalle due morti di questi giorni.
Il tema scelto per celebrare il 1° maggio è stato il “Lavoro dignitoso”, un titolo che stride con la dura cronaca di questi giorni: «Non possiamo parlare di lavoro dignitoso — ha commentato Senese — in una regione dove si continua a morire. Abbiamo un problema drammatico e persistente. Si tratta, spesso, di precarietà, di assenza di controlli, di formazione inadeguata, di filiere degli appalti che diventano catene di responsabilità spezzate, dove a rimetterci è sempre l'anello più debole: il lavoratore».
Al di là dei casi specifici di questi giorni, rileva come la Procura regionale della Corte dei Conti abbia documentato una «alta frequenza di episodi in cui si è accertata la violazione delle regole tecniche, degli obblighi contrattuali e di quelli di vigilanza e controllo in corso d'opera»: progettazione inadeguata, omessa vigilanza, scarsa qualità dei materiali. Più di recente, la Sezione regionale di controllo ha evidenziato l'inefficiente utilizzo delle risorse Pnrr e il disallineamento tra i dati dichiarati e le risultanze contabili: «Quello che la Corte dei Conti descrive in termini di danno erariale è lo stesso contesto in cui lavorano e muoiono gli operai - sottolinea la segretaria generale della UIL Calabria -. Non possiamo più accettare che dietro un appalto pubblico si nasconda una filiera di sfruttamento. Non possiamo più accettare che chi lavora per conto dello Stato non goda delle stesse tutele di chi lavora dentro lo Stato. E non possiamo più accettare che le aziende irresponsabili non paghino mai davvero per i danni che causano».
Perciò, le richieste della UIL Calabria sono precise e concrete: si costruisca un sistema ispettivo specializzato, perché non basta aumentare il numero degli ispettori ma gli organi di vigilanza devono essere specializzati nei settori maggiormente colpiti. Il controllo generalista non funziona: «Senza un reale adeguamento delle risorse e dei criteri di programmazione, il sistema ispettivo stesso rischia di diventare insostenibile: il rischio di burnout tra gli operatori è reale e va affrontato», spiega Senese.