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28/07/2026 ore 17.39
Cronaca

‘Ndrangheta: l’eliminazione dei fratelli Maiolo nelle Preserre nel racconto del collaboratore Francesco Loielo

Deposizione del primo storico pentito dell’omonimo clan. Dall’intenzione di uccidere i figli dei boss di Acquaro una volta raggiunti i 18 anni sino alla strage di Ariola e il sopravvento di Bruno Emanuele

di Giuseppe Baglivo

Deposizione del collaboratore di giustizia, Francesco Loielo, nel processo Habanero contro il clan Maiolo di Acquaro in corso dinanzi ala Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Primo collaboratore dell’omonimo clan di Ariola di Gerocarne a rompere il muro dell’omertà nella zona delle Preserre vibonesi, le sue dichiarazioni sono servite per ricostruire i rapporti e l’evoluzione storica tra diverse famiglie di ‘ndrangheta della zona che si sono contese per anni – armi in pugno – il controllo del territorio. “Ho iniziato a collaborare con la giustizia nel 2009 e il mio gruppo criminale era costituito sin dalla fine degli anni ’80 dai miei fratelli Vincenzo e Giovanni Loielo, dai miei cugini Giuseppe e Vincenzo Loielo e poi da altri parenti. Un tempo eravamo amici dei Maiolo di Acquaro, c’erano buoni rapporti con Antonio e Rocco Maiolo e soprattutto con Antonio Maiolo praticavamo estorsioni insieme. Con Rocco e Antonio Maiolo – ha spiegato il collaboratore – c’era anche il cugino Francesco Maiolo, il vecchio, il più anziano. Il contrasto con Antonio e Rocco Maiolo è nato per una questione di soldi poiché cercavano di fare un po' i furbi e prendersi i soldi delle estorsioni a mia insaputa. Da lì è nato un attrito, anche perché i Maiolo erano stati avvisati in un’occasione in cui c’era Giovanni Stambè in una pineta ai Savini. Dopo l’agguato a mio fratello Vincenzo Loielo, abbiamo avuto subito il sospetto che fossero stati i Maiolo a fare questo agguato. Di conseguenza abbiamo deciso in un primo momento avvisarli, in secondo momento siamo passati alle armi”. L’agguato a Vincenzo Loielo – ritenuto il capo dell’omonimo clan – risale al 13 marzo 1989.

L’omicidio di Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga

Il collaboratore Francesco Loielo ha quindi fatto riferimento all’eliminazione di Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga, scomparsi da Acquaro (con i cadaveri mai ritrovati) agli inizi degli anni ’90. Due delitti per i quali Vincenzo Loielo (fratello del collaboratore) ha incassato l’assoluzione nel processo “Luce nei boschi”, nonostante una richiesta di condanna all’ergastolo formulata nei suoi confronti dall’allora pm della Dda di Catanzaro Marisa Manzini. E’ del 18 aprile 1989 il primo tentato omicidio di Rocco Maiolo, il 14 giugno 1989 il secondo agguato, mentre nell’estate del 1990 trova la morte insieme a Raffaele Fatiga. “Posso riferire su una confidenza che mi è stata fatta da mio fratello Vincenzo a Torino: ad uccidere Raffaele Fatiga di Sant’Angelo di Gerocarne e Rocco Maiolo sono stati mio fratello Vincenzo Loielo, mio fratello Giovanni Loielo e mio cugino Vincenzo Loielo, quest’ultimo poi deceduto. Praticamente gli omicidi sono avvenuti sotto casa di mio zio. In precedenza – ha raccontato Francesco Loielo – c’era stata una sparatoria ad Acquaro mentre Rocco Maiolo lavorava in un cantiere. Ad uccidere Antonio Maiolo sono stati invece mio cugino Vincenzo Loielo e non so se con lui ci stava anche Enzo Taverniti. Fatto sta che l’hanno ucciso e poi sotterrato”. Il delitto risale al 1998 e i resti di Antonio Maiolo sono stati fatti ritrovare proprio da Enzo Taverniti, alias “Il Cinghiale”, al tempo stesso cognato dei Loielo e cugino dei Maiolo. Vincenzo Loielo, unitamente al fratello Giuseppe Loielo, è stato invece a sua volta assassinato nel 2002 in un agguato nei pressi dell’acquedotto di Gerocarne. Fatto di sangue – l’eliminazione dei fratelli Loielo – costato l’ergastolo in via definitiva al boss Bruno Emanuele e al suo braccio-destro Vincenzo Bartone.

L’idea di uccidere i figli dei Maiolo appena compiuti 18 anni

Dopo gli omicidi di Rocco e Antonio Maiolo, il peso criminale della famiglia di Acquaro ne uscì ridimensionato e ad assumere il comando della zona sono stati gli stessi Loielo. “Avevo conosciuto il figlio di Rocco Maiolo che poteva avere all’epoca undici o dodici anni. Ancora più piccolo era il figlio di Antonio Maiolo. Questi ragazzi all’epoca si frequentavano con i miei cugini Giuseppe e Vincenzo Loielo. La mia idea era quella di vedere che intenzioni avevano questi figli dei Maiolo, cioè se era un loro proposito vendicare i genitori oppure andarsene all’estero. Nel caso in cui avessero maturato l’idea di vendicare i genitori uccisi – ha spiegato il collaboratore – compiuti i diciotto anni dovevamo eliminarli. Non ho mai conosciuto Bruno Emanuele ma nel carcere di Melfi ho saputo che era stato lui ad uccidere nel 2002 i miei cugini Vincenzo e Giuseppe Loielo. E’ stato mio fratello Giovanni Loielo a scrivermi una lettera e citando la canzone spagnola Emanuel riuscì a farmi capire che era stato Bruno Emanuele”.

La strage di Ariola

E’ il 25 ottobre del 2003 quando nella frazione Ariola di Gerocarne vengono uccisi Francesco Gallace, Giovanni Gallace e Stefano Barilaro. Una quarta persona è invece rimasta invece ferita. Un triplice omicidio plurimo con l’aggravante mafiosa contestato dalla Dda con l’operazione Habanero, ma il cui processo si sta celebrando in Corte d’Assise a Catanzaro con imputati Angelo Maiolo, 42 anni, Francesco Maiolo, 47 anni, e Francesco Maiolo, 43 anni, tutti di Acquaro. “Quando parlo della strage dell’Ariola – ha raccontato il collaboratore – intendo riferirmi all’uccisione di quattro persone su una stradina che porta dal ponte dei cavalli di Ariola verso Savini. I morti erano cugini di Antonio Gallace. Lo stesso Antonio Gallace e Pino Taverniti mi fecero capire, sempre tramite una lettera ricevuta in carcere, che i responsabili della strage erano stati Emanuele Bruno con il consenso di Antonio Altamura. La ragione della strage risiedeva nella realizzazione del controllo del territorio. Antonio Gallace e Pino Taverniti dissero che come esecutori materiali vi erano anche i figli di Rocco e Antonio Maiolo, che si erano messi con gli Emanuele. Pino Taverniti, al pari di Enzo Taverniti, all’epoca in cui ero ancora libero, era piccolo e stavamo crescendo anche lui. Ricordo che per un periodo venne rinchiuso nel carcere di Melfi, dove mi trovavo anche io e venne a trovarlo Antonio Maiolo. Con Antonio Gallace ricordo che parlavamo a mezzo corrispondenza epistolare mentre era recluso a Carinola da dove rispondeva alle mie domande e mi dava conferma delle circostanze che ho riferito sul ruolo di mandante della strage di Bruno Emanuele, nonché dei suoi esecutori materiali. Antonio Gallace comandava soprattutto nella zona di Arena. Dopo la strage di Ariola il comando del territorio passò a Bruno Emanuele insieme ai figli dei Maiolo”.