‘Ndrangheta di Gerocarne, la pianificazione degli omicidi e gli scambi di favori tra cosche raccontati dal collaboratore Walter Loielo
I verbali nell’indagine della Dda. Le riunioni per uccidere i rivali. L’agguato a un macellaio per fare «un favore». La confessione sul delitto del padre e i pizzini sulle copiate
Le rivalità tra le cosche di Gerocarne, Loielo ed Emanuele, sono feroci. Lo testimonia la lunga lista di efferati omicidi che hanno segnato il territorio delle Serre vibonesi. Dopo essere scampato a due tentati omicidi, Walter Loielo, 36 anni, detto Battaru, figlio di Antonino, ha deciso di collaborare con la giustizia per mettere se stesso e la propria famiglia al riparo da agguati mortali.
La prima volta in cui hanno tentato di farlo fuori aveva 20 anni. I sicari hanno sparato contro l’auto in cui viaggiava con i cugini Rinaldo e Valerio. Si sono salvati ma Walter Loielo è stato colpito alla mandibola, alla spalla e al gluteo. All’epoca era già un membro attivo delle cosca col compito di eseguire omicidi e nascondere le armi.
Nel 2020 le indagini degli agenti della Squadra Mobile di Vibo hanno sequestrato un'arma da fuoco, un giubbotto antiproiettile, un passamontagna ed un'autovettura blindata col lampeggiante delle forze dell’ordine. Il piano era quello di uccidere uno dei fratelli Loielo (Alex o Walter). Scampato, grazie all’intervento della polizia giudiziaria, al secondo attentato, Walter Loielo, il 28 settembre 2020, ha avviato un percorso di collaborazione. All’epoca doveva scontare una condanna di 2 anni e 8 mesi per possesso illegale di armi. Nulla in confronto ai reati dei quali si è autoaccusato. Per primo l’omicidio del padre Antonino, del quale ha fatto ritrovare il cadavere.
Le sue dichiarazioni confluiscono oggi all’interno dell’inchiesta Jerakarni della Dda di Catanzaro messa in opera dalla Polizia di Stato contro le cosche Emanuele e Idà.
Walter Loielo ha confessato di aver eseguito un tentato omicidio all’età di 18 anni nei confronti di un macellaio di Palmi. Loielo racconta che si era recato a casa sua il cugino «per dirmi che gli avevano chiesto di fargli un favore: gli avevano chiesto di uccidere questa persona che poi qualcuno di loro sarebbe venuto ad uccidere qualcuno dei soggetti che erano contro di noi, ed in particolare qualcuno degli Emanuele». Scambi di favori tra cosche, com’è frequente nell’ambiente criminale.
Con l’aiuto dei Mancuso, invece, avevano ordito gli omicidi dei «fratelli Zannino, Linuccio Idà e i due fratelli Salvatore Emmanuele e Giovanni Emmanuele». A disposizione, per altri omicidi, avevano una carabina di precisione che gli avrebbe permesso di sparare da un distanza di 300/400 metri.
È dall’età di 17 anni che Walter Loielo prende parte a riunioni della cosca programmate per sentenziare la morte dei «rivali», come lui stesso li chiama.
Loielo, nel corso degli interrogatori, indica Antonio Altamura, classe ’46 (non indagato in questo procedimento, già condannato per associazione mafiosa in procedimento come Crimine e Luce nei boschi) come vertice del locale di Ariola (frazione di Gerocarne).
Le parole di Loielo fanno il paio, scrivono i magistrati della Dda, con i riscontri effettuati dalle forze dell’ordine.
Il 9 ottobre 2017, nel corso di una perquisizione a Giuseppe Camillò, «soggetto di primo piano del locale di Vibo Valentia» era stato rivenuto un pizzino contenente la copiata per il conferimento di due doti, la dote del Vangelo e la dote del Trequartino. In quest’ultima Antonio Altamura appare come riferimento d’area per Gerocarne, insieme a Giuseppe Bellocco (per Rosarno) e Rocco Aquino (per Gioisa Ionica). Nell’ordine sono le figure evangeliche dei tre re magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
La ritualità conta. E nel 2014, nella cella di Vibo Valentia un boss della ‘ndrina Pesce lascia un biglietto ad Altamura che viene sequestrato dagli agenti. È l’espressione del voto del boss che riconosce Altamura come «un cavaliere di Cristo appartenente al Sacro Regno dell’onnipotente».
Secondo gli inquirenti, il nome nella copiata e il pizzino indicano che Altamura «nonostante la sua detenzione, abbia proseguito il suo percorso criminale all'interno della 'ndrangheta anche successivamente al suo arresto giungendo ad acquisire delle elevatissime cariche criminali».