Morte di Andrea Minasi, la zia scrive al sindaco Romeo: «Non basta mettere in sicurezza viale Affaccio, serve un piano per tutta Vibo»
Imma Corso parte dalle valutazioni anticipate dal primo cittadino al nostro giornale e propone interventi straordinari sulla base di una mappa del rischio: «Vogliamo una città nella quale attraversare sulle strisce pedonali non richieda coraggio»
La morte di Andrea Minasi - la 23enne investita sulle strisce pedonali il 28 luglio scorso e deceduta dopo 9 giorni di agonia - dovrebbe diventare il punto di partenza per una riflessione molto più ampia sulla sicurezza stradale in città. È questo il senso dell’intervento di Imma Corso, zia di Andrea, che in un lungo post social, impostato come una lettera indirizzata al sindaco Enzo Romeo e, per conoscenza, alla Polizia locale, all’assessore competente, agli uffici comunali e ai gruppi consiliari, propone l’adozione di un vero e proprio Piano straordinario per la sicurezza stradale, la moderazione della velocità e la protezione degli attraversamenti pedonali.
Il documento prende le mosse proprio dall’articolo pubblicato questa mattina da Il Vibonese, nel quale il sindaco Enzo Romeo ha spiegato che l’Amministrazione sta valutando quali misure possano essere adottate su viale Affaccio dopo la tragedia, tra cui l’ipotesi di ridurre il limite di velocità a 30 chilometri orari, mentre più complessa si presenta la strada dei dossi.
«La morte di Andrea non può e non deve diventare occasione di polemica. E, soprattutto, non deve essere strumentalizzata», premette Corso. Ma proprio quanto accaduto, aggiunge, deve «imporre a tutti noi – cittadini e Istituzioni – una riflessione più profonda».
«La sicurezza non può essere una risposta alla morte»
La zia di Andrea accoglie dunque con favore le prime valutazioni del Comune, ma chiede di andare oltre il singolo intervento. «Abbiamo appreso dalla stampa che l’Amministrazione comunale sta valutando interventi su viale Affaccio, tra i quali l’introduzione del limite di velocità di 30 km/h e ulteriori sistemi di rallentamento e messa in sicurezza. Accogliamo positivamente la volontà di intervenire. Ma sentiamo il dovere civile di chiedere qualcosa di più».
Il passaggio centrale dell’appello è proprio questo: evitare che l’attenzione sulla sicurezza si concentri esclusivamente sui luoghi nei quali si è già consumata una tragedia.
«Chiediamo che Vibo Valentia non aspetti un’altra vittima per rendere sicura un’altra strada. Perché la sicurezza stradale non può essere una risposta alla morte. Deve essere ciò che viene prima».
Secondo Corso, il compito delle istituzioni dovrebbe essere quello di individuare preventivamente i punti più esposti al rischio. «Non possiamo continuare a domandarci, dopo ogni tragedia, cosa sarebbe stato possibile fare. Non possiamo continuare a intervenire soltanto nei luoghi nei quali qualcuno ha già perso la vita».
Da qui la richiesta che quanto si deciderà di fare su viale Affaccio rappresenti soltanto l’inizio di un progetto complessivo capace di coinvolgere l’intero territorio comunale.
Una ricognizione delle strade più pericolose
La proposta è quella di avviare, insieme alla Polizia locale, agli uffici tecnici, agli enti proprietari delle strade e agli altri soggetti competenti, una ricognizione finalizzata a individuare le arterie e gli attraversamenti pedonali maggiormente esposti al rischio.
Tra le misure indicate c’è innanzitutto l’introduzione di zone o singoli tratti con limite a 30 chilometri orari, evitando però, sottolinea Corso, provvedimenti generalizzati.
«Non un limite generalizzato e meramente simbolico, ma limiti mirati nelle zone nelle quali la presenza di pedoni e la conformazione urbana rendono incompatibili velocità superiori con un livello adeguato di sicurezza».
L’attenzione, secondo la proposta, dovrebbe concentrarsi soprattutto sulle strade caratterizzate dalla presenza di attività commerciali, scuole, impianti sportivi, fermate del trasporto pubblico, luoghi di aggregazione e consistenti flussi pedonali.
Un altro capitolo riguarda la messa in sicurezza degli attraversamenti pedonali. La richiesta è quella di effettuare una verifica straordinaria delle strisce presenti in città e di valutare, nei punti maggiormente critici, soluzioni come illuminazione dedicata, segnaletica luminosa ad alta visibilità, isole salvagente, attraversamenti rialzati dove consentiti, restringimenti della carreggiata, sistemi di presegnalazione e semafori pedonali.
La proposta di un semaforo pedonale su viale Affaccio
Per il tratto di viale Affaccio nel quale Andrea è stata investita, la proposta diventa ancora più specifica. La famiglia chiede infatti che venga valutata prioritariamente la possibilità di installare un semaforo pedonale a chiamata, o comunque un sistema in grado di garantire un attraversamento protetto.
«L’elevata presenza di attività commerciali e di giovani e il conseguente flusso pedonale – scrive Imma Corso – rendono necessario valutare una soluzione che non si limiti a segnalare l’attraversamento, ma che consenta al pedone di attraversare disponendo di uno spazio temporale effettivamente protetto».
Al tema delle infrastrutture si affianca quello dei controlli. Perché, sottolinea, «un limite di velocità produce sicurezza soltanto se viene rispettato».
Da qui la richiesta di verificare, nel rispetto della normativa e delle competenze dei diversi enti, anche la possibilità di utilizzare sistemi fissi di controllo elettronico della velocità nei tratti urbani maggiormente pericolosi, cominciando proprio da viale Affaccio.
L’obiettivo, precisa Corso, «non deve essere sanzionare». Lo scopo deve essere piuttosto quello di ottenere un effettivo rallentamento delle automobili in prossimità degli attraversamenti e garantire ai pedoni condizioni di maggiore sicurezza.
Una mappa comunale del rischio
La proposta probabilmente più strutturale riguarda però la realizzazione di una Mappa comunale della sicurezza stradale, costruita attraverso l’incrocio di una serie di dati: incidenti avvenuti negli ultimi anni, investimenti di pedoni e ciclisti, attraversamenti più utilizzati, velocità medie rilevate, segnalazioni dei cittadini, presenza di scuole e attività commerciali, luoghi di aggregazione e strade nelle quali vengono riscontrate più frequentemente condotte pericolose.
«Questi dati dovrebbero diventare la base sulla quale stabilire dove intervenire prima che accada qualcosa, e non dopo», è la richiesta.
A questo dovrebbe affiancarsi una programmazione annuale degli interventi, con priorità, risorse, obiettivi e verifiche periodiche. In sostanza, non più misure emergenziali adottate sull’onda di singoli episodi di cronaca, ma «una politica pubblica strutturale».
«Non chiediamo un intervento soltanto per Andrea»
È nella parte conclusiva del post che Imma Corso chiarisce con maggiore forza il significato dell’iniziativa.
«Come famiglia e come comunità potremmo chiedere semplicemente che venga messo in sicurezza il luogo nel quale Andrea ha perso la vita. Ma non sarebbe sufficiente».
Il pensiero va a ciò che potrebbe accadere altrove: «Perché se domani, in un’altra strada della città, un altro ragazzo, una madre, un padre, un bambino o un anziano dovesse perdere la vita attraversando la strada, ci ritroveremmo ancora una volta a domandarci: “Potevamo fare qualcosa prima?”».
Una domanda che la famiglia di Andrea vorrebbe non fosse più necessario porsi. «La morte di una persona non può diventare il requisito necessario perché un luogo venga considerato pericoloso. La prevenzione consiste precisamente nel contrario: riconoscere il pericolo prima che produca una vittima».
Da qui l’appello rivolto al sindaco, alla Giunta e all’intero Consiglio comunale affinché la tragedia che ha colpito la famiglia Minasi e profondamente scosso l’intera comunità vibonese venga trasformata nell’occasione per costruire una nuova politica sulla sicurezza stradale.
«Non chiediamo interventi dettati dall’emozione del momento. Chiediamo studio, dati, programmazione, controlli e responsabilità. Chiediamo che viale Affaccio venga messo in sicurezza».
Ma, contemporaneamente, aggiunge Corso, occorre cominciare a chiedersi «qual è la prossima strada di Vibo Valentia sulla quale dobbiamo intervenire?». E soprattutto fare in modo che «quella strada venga messa in sicurezza prima, non dopo».
La conclusione lega inevitabilmente questa richiesta alla memoria di Andrea: «Se dalla morte di Andrea deve nascere qualcosa, vorremmo che fosse questo: una città nella quale attraversare sulle strisce pedonali non richieda coraggio; una città nella quale un limite di velocità non sia soltanto un numero scritto su un cartello; una città nella quale la sicurezza venga progettata prima della tragedia; una città capace di proteggere la vita senza dover prima piangere una vita perduta».
«Perché ricordare Andrea – conclude Imma Corso – significa anche avere il coraggio di fare oggi ciò che può impedire che domani un’altra famiglia debba vivere quello che stiamo vivendo noi».
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