Le donne del clan Loielo nella faida di 30 anni: tra lavatrici per cancellare le tracce e occultamento delle armi
Il ruolo della madre e della moglie di Rinaldo Loielo delineato nell’ultima inchiesta della Dda che prova a far luce anche sui contatti con il boss Pantaleone Mancuso. Il giubbino lavato per eludere lo Stub dopo una sparatoria e le intercettazioni dentro la casa del defunto boss Pino Loielo
Sangue e vendette, sangue e onore, sangue e armi per combattere sul “campo” l’odiato nemico. Non sarebbe stato un “affare” per soli uomini quello della custodia delle armi al fine alimentare una faida che – come ripetuto in carcere in una captazione ambientale da Valerio Loielo – “va avanti da 30 anni”. Non un nome qualunque quello dell’arrestato Valerio Loielo, 32 anni, di Gerocarne, figlio del boss Giuseppe Loielo (detto Pino), quest’ultimo ucciso insieme al fratello Vincenzo nel 2002 da Bruno Emanuele. Anche le donne del clan – stando all’ultima inchiesta della Dda e dei carabinieri del comando provinciale di Vibo denominata “Conflitto” – avrebbero avuto un ruolo di primo piano nell’occultamento delle armi nella disponibilità di Rinaldo Loielo, 35 anni, il “rampollo” dell’omonima famiglia che, stando alle risultanze investigative, avrebbe preso il posto del padre ordinando spedizioni di morte contro i rivali di sempre: gli esponenti del clan Emanuele-Idà.
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La gravità indiziaria nei confronti di Marianna Raimondo e Enza Ciconte per il giudice emerge “distintamente dalle dettagliate dichiarazioni del collaboratore di giustizia Walter Loielo e dai relativi riscontri costituiti: dai sequestri dei carabinieri nei luoghi di pertinenza degli indagati, indicati dal collaboratore, e dove è stato rinvenuto un vero e proprio arsenale di armi; dal materiale captativo che ha registrato i commenti dei medesimi indagati in occasione di un sequestro di armi effettuato nel 2015 e culminato nell’arresto in flagranza di Valerio e Rinaldo Loielo”. Proprio in occasione di tale sequestro, Marianna Raimondo, Enza Ciconte e Rinaldo Loielo (cl ’95), alias Rinaldino (figlio del defunto boss Vincenzo Loielo), “oltre a rivendicare la paternità del materiale illecito sequestrato, facevano riferimento ad armi ulteriori in loro possesso e all’epoca non scovate dagli investigatori. Preziose si sono poi rivelate le dichiarazioni autoaccusatorie di Rinaldo Loielo che, sottoposto a intercettazione in carcere, ha operato un vero e proprio resoconto delle innumerevoli armi nella sua disponibilità.
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Le armi si trovavano all’interno di un fusto sotterrato nell'agro sito in contrada Pozzo di Gerocarne, nei pressi dell’abitazione di Marianna Raimondo e Rinaldo Loielo. Per gli inquirenti la donna avrebbe “dimostrato più volte di essere il punto di riferimento per le azioni del figlio Rinaldo Loielo. In concorso proprio con Rinaldo Loielo, Walter Loielo, Rinaldino Loielo, Valerio Loielo e Enza Ciconte, Marianna Raimondo è chiamata a rispondere delle detenzione illecita e della ricettazione delle seguenti armi: una pistola marca Colt, un fucile a pompa una pistola revolver (arma clandestina), una pistola marca Beretta con matricola abrasa e corredata di caricatore, una pistola calibro 7,65 con matricola parzialmente abrasa corredata da caricatore, un fucile a canne mozze, un fucile marca Beretta privo di canna e con matricola abrasa, un fucile semiautomatico privo di marca e canna, un fucile sovrapposto, un fucile moschetto privo di matricola, un fucile mitragliatore tipo Ak-47, di fabbricazione cinese, ritenuto arma da guerra. Le contestazioni relative alle armi sono aggravate dalle finalità mafiose consistite nell’aver agito al fine di agevolare l’attività della ‘ndrina dei Loielo.
All’interno di un recipiente in vetro, a sua volta contenuto in un fusto sotterrato in contrada Pozzo di Gerocarne, sono state trovate dai carabinieri anche le seguenti munizioni (che vengono contestate ai medesimi indagati): 47 cartucce calibro 12 a piombo spezzato; 32 cartucce a pallettoni; 10 cartucce a palla singola; 38 proiettili; una cartuccia calibro 7,62; 7 proiettili calibro 357 magnum; 38 proiettili calibro 45; 51 proiettili calibro 9 Luger; 48 proiettili con ogiva di colore nero; 47 proiettili; 32 cartucce a piombo spezzato. Le contestazioni si concludono poi con la detenzione illegale di: un caricatore per fucile mitragliatore; una parte di arma lunga; una canna per fucile semiautomatico; una canna per fucile a canne parallele con matricola abrasa, una canna per fucile semiautomatico con matricola illeggibile; un caricatore di forma circolare per cartucce calibro 5,56; un copri-otturatore in metallo per fucile semiautomatico. Pure in questo caso viene mossa l’aggravante delle finalità mafiose e la detenzione da parte di Marianna Raimondo, Enza Ciconte e Rinaldino Loielo (cl ’95) viene provata dal gip attraverso una captazione ambientale nella quale gli stessi indagati ne riferiscono il possesso.
Il ruolo di Marianna Raimondo
Per gli inquirenti e il gip, Marianna Ramondo (moglie del defunto boss Giuseppe Loielo e madre di Rinaldo e Valerio Loielo) è “pienamente calata nel contesto criminale della faida”: lei stessa è infatti rimasta vittima di un agguato a colpi di fucile il 20 luglio 2014. Un tentato omicidio avvenuto mentre si trovava in auto con i figli Valerio Loielo e Luana Loielo, quest’ultima non indagata e moglie di Filippo Pagano, 35 anni, di Soriano Calabro (arrestato). Per gli inquirenti, Marianna Raimondo “è a conoscenza delle dinamiche relative all’esecuzione di agguati sanguinari, in particolare conosce le modalità, i tempi e le motivazioni”. A conferma di ciò, gli investigatori richiamano l’episodio del rinvenimento dell'ordigno esplosivo che ha portato nel 2013 all’arresto (e poi alla condanna definitiva) di Rinaldo Loielo e del cognato Filippo Pagano. “Dall’attività intercettiva effettuata nell’occasione è emerso che Rinaldo Loielo, parlando con la madre Marianna Raimondo, spiegava alla stessa di dover andare da “quel ragazzo” venuto oggi in quanto era pronta "quella cosa”, palesando così che anche la madre fosse al corrente sia della bomba che della provenienza della stessa da parte di Pantaleone Mancuso (Scarpuni)”. La donna si sarebbe quindi fatta “portavoce di messaggi e comunicazioni tra soggetti della cosca detenuti ed elementi vertice di altre cosche”, facendo da tramite nell’assicurare assistenza economica al figlio detenuto al fine di garantire il pagamento delle spese legali e di sostentamento. In particolare una conversazione ambientale, captata durante un colloquio in carcere tra Marianna Raimondo e il figlio Rinaldo Loielo, ha chiarito per gli inquirenti che era stata la donna a chiedere il denaro per le spese legali al boss di Nicotera Marina, Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, il quale già in passato – come emerge da una conversazione del 6 febbraio 2013 – aveva “promesso a Rinaldo Loielo e Filippo Pagano un aiuto economico in favore di Cristian Loielo, dicendo testualmente, con riferimento al difensore: “adesso lo chiamo io all’avvocato e glieli do’ io i soldi”. Il colloquio in carcere a Palmi è del 28 febbraio 2013 e in tale data Rinaldo Loielo aveva ricevuto la visita dei suoi familiari, in particolare dell’allora fidanzata “Enza Ciconte, della madre Marianna Raimondo e della sorella Luana Loielo. Nel corso del colloquio, la madre Marianna Raimondo – hanno annotato gli inquirenti – tranquillizzava Rinaldo asserendo che i soldi per l'avvocato glieli aveva dati "la nonna”, riferendosi in realtà con “la nonna” al boss Pantaleone Mancuso.
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A conferma del ruolo di “portavoce” di Marianna Raimondo, gli inquirenti segnalano anche il “contenuto di un’intercettazione ambientale della Squadra Mobile di Vibo all’interno del Bar “Tony” di Nicotera Marina, nel 2012 e nel 2013 ritenuto il “quartier generale” del boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni. Al cospetto del boss si trova “Federico Surace (cl ’91) e lo stesso mette al corrente Mancuso di essere stato dalla madre di Rinaldo Loielo, che lo aveva reso partecipe di alcuni sospetti del figlio”. Federico Surace, di Spilinga, nel febbraio dello scorso anno è stato condannato in via definitiva a 3 anni nel processo “Costa Pulita” ed è fratello di Davide Surace (anche lui 3 anni in Costa Pulita), quest’ultimo di recente arrestato nell’operazione “Call Me” contro il clan La Rosa di Tropea (è il genero del boss Tonino La Rosa) e condannato in primo grado a 13 anni nel processo Maestrale (è in corso l’appello).
L’agguato a Valerio Loielo e i tentativi di coprirlo
Marianna Raimondo si sarebbe poi “prodigata nel mettere in atto comportamenti al fine di coprire le responsabilità degli altri sodali”. Il 5 novembre del 2015 diversi colpi di arma da fuoco erano stati infatti esplosi all’indirizzo dell’auto condotta da Valerio Loielo e all’interno della quale si trovavano anche Rinaldino Loielo (cl ’95) e Walter Loielo. I tre cugini erano rimasti feriti. E’ quindi una conversazione captata dagli investigatori all’interno dell’abitazione di Marianna Raimondo a far emergere che a seguito dell’agguato del 5 novembre 2015 la stessa donna, dopo aver visto che il figlio “aveva a che fare con i carabinieri”, avrebbe “letteralmente preso e messo il giubbotto in lavatrice, circostanza confermata da Luana Loielo la quale, nella medesima circostanza, affermava testualmente: “l’abbiamo lavato subito”! Nel prosieguo della conversazione, la Raimondo avrebbe inoltre ribadito che il giubbotto del figlio Valerio sarebbe finito “in lavatrice per fargli fare un paio di giri” ed essere lasciato “in ammollo per rilavarlo nuovamente la mattina”. Un accorgimento necessario poiché per gli inquirenti Valerio Loielo sarebbe stato armato in macchina nel giorno in cui è rimasto vittima dell’agguato insieme ai cugini. Armato anche perché “verosimilmente preoccupato per la propria incolumità alla luce dell’altro agguato ai suoi parenti il 22 ottobre 2015”. Il riferimento è alla sparatoria del 22 ottobre 2015 nella quale sono rimasti feriti Antonino Loielo (ucciso poi per altri motivi dal figlio Walter Loielo, attuale collaboratore di giustizia), la compagna in stato di gravidanza, il figlio Alex Loielo e due ragazze minorenni.
Secondo gli inquirenti – confortati da un’intercettazione in carcere su Rinaldo Loielo – Valerio Loielo (fratello di Rinaldo) il 5 novembre 2015 si trovava a sua volta armato quando è rimasto vittima dell’agguato. L’attenzione di Marianna Raimondo al giubbotto del figlio, solo pochi istanti dopo l’agguato patito dallo stesso, viene fatta così risalire al fatto che la donna si era “accorta che i carabinieri avevano preso in disparte Valerio Loielo per escuterlo a sommarie informazioni dopo il grave fatto di sangue dal quale era scampato solo per un caso fortuito”. Alla luce delle risultanze investigative, per gli inquirenti appare “verosimile che lo stesso Valerio Loielo abbia risposto al fuoco utilizzando l’arma in suo possesso e che la madre Marianna Raimondo, lavando il giubbotto, avrebbe scongiurato un eventuale Stub dal quale sarebbe potuta emergere tale circostanza”.
Da segnalare che la sparatoria contro Valerio Loielo, Rinaldino Loielo e Walter Loielo – ben 25 i colpi esplosi – viene contestata dalla Dda con l’operazione Jerakarni, condotta in questo caso dalla Polizia contro il cloan degli Emanuele-Idà. L’accusa di aver aperto il fuoco contro i tre cugini Loielo viene mossa agli arrestati Alessio Sabatino, 32 anni, di Gerocarne, Vincenzo Sabatino, 34 anni, anche lui di Gerocarne e Salvatore Emmanuele, 32 anni, di Ariola.
Una scia di agguati, coperture e collusioni che la Dda ha portato alla luce con ben due operazioni antimafia attese da tempo.