Il giorno che la terra si sciolse, Maierato 16 anni dopo. Dalla frana del 2010 fondi mai trasformati in sicurezza, la relazione shock: «Nulla è cambiato»
Il 15 febbraio 10 milioni di metri cubi di terreno cedettero travolgendo strade e fabbricati, cambiando per sempre l’assetto del territorio. Dei 2,5 milioni di euro stanziati per l’emergenza ne furono impiegati meno della metà. Il dossier (inedito) del 2018: «Situazione prossima a quella di allora»
Sono passati 16 anni dal 15 febbraio del 2010. Una data che, a Maierato, centro a forte vocazione agricola dell’entroterra vibonese, non è solo scolpita nella memoria collettiva ma è ancora ben presente sotto gli occhi di quanti rivolgono lo sguardo in direzione Sud-Est, oltre l’abitato, nel punto in cui - intorno alle 14.30 di quella giornata - ben 10 milioni di metri cubi di terra scivolarono a valle sotto gli occhi atterriti degli abitanti, testimoni di uno dei più impressionanti movimenti franosi della storia calabrese recente.
Un fiume solido venne giù. Fatto di ulivi, orti, strade, fabbricati, masserie, linee elettriche. Innescato dal distacco di un’intera porzione del versante sinistro del torrente Scotrapiti, che in pochi minuti raggiunse il fondo valle. Solo per miracolo, e grazie all’evacuazione preventiva dell’area, non si verificarono vittime.
Le imponenti dimensioni della frana di Maierato
Il fronte di frana, alto circa 50 metri e lungo 500, si mosse con un comportamento fluido, alimentato da un’enorme quantità d’acqua infiltrata nel terreno dopo settimane di piogge eccezionali. Il corpo franoso percorse oltre 1 chilometro e 200 metri, raggiungendo un’altezza di quattro metri e un volume che come, detto, fu stimato in 10 milioni di metri cubi.
Le immagini della frana principale, documentate in presa diretta, fecero il giro del mondo, portando alla ribalta un caso destinato a fare scuola negli studi idrogeologici, ad alimentare sospetti di illegalità ambientali poi sfociate in un’inchiesta giudiziaria senza colpevoli, ad avviare una macchina burocratica che ancora, dal 2010, non ha prodotto i risultati sperati. Di certo non la messa in sicurezza del territorio, come auspicato dalla popolazione che ancora si trova a fare i conti con i fantasmi del passato.
Era l’anno delle Regionali vinte da Scopelliti
Il contesto storico racconta di una Calabria in piena campagna elettorale. A poco più di un mese dai fatti di Maierato, i cittadini si sarebbero recati alle urne per le elezioni regionali che portarono, poi, alla vittoria di Giuseppe Scopelliti contro gli sfidanti Agazio Loiero e Pippo Callipo. Tra i candidati al Consiglio regionale c’era anche il sindaco dell’epoca, Sergio Rizzo, che alle elezioni del 28 e 29 marzo risultò il più votato della lista Io resto in Calabria, senza tuttavia risultare eletto.
Grande fu dunque l’attenzione della politica, in quei giorni, per quell’evento calamitoso. Con gli aspiranti governatori che si precipitarono sul posto per portare solidarietà alla popolazione. Ma ancor più grande fu da subito l’interesse scientifico su quell’evento geologico, poi culminato, in un accordo tra Comune, Consiglio nazionale delle ricerche e Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica che sancì il “Supporto tecnico-scientifico per il monitoraggio delle frane, la pianificazione e la valutazione degli interventi di mitigazione del rischio da frana nell’area urbana di Maierato”. Un’intesa fondamentale per tutto ciò che, sul fronte dello studio e della pianificazione degli interventi, fu prodotto sulla frana e i cui esiti trovano spazio anche in pubblicazioni su importanti riviste di settore.
Le origini della più grande frana del Vibonese
Gli studi condotti dal Cnr‑Irpi e dal Politecnico di Milano - come ricorda una relazione dell’Ufficio tecnico comunale dell’ottobre 2018 - evidenziarono come la frana del 2010 non fu un evento isolato, ma l’ultima manifestazione di «una gigantesca deformazione gravitativa di versante che interessa l’intero territorio comunale». La relazione non lascia dubbi alle interpretazioni: «Si ritiene di poter affermare che l’intera area comunale di Maierato sorga su una grande paleofrana [...] di cui l’evento del febbraio 2010 non costituisce che la più recente riattivazione».
Eventi simili erano già stati registrati nel 1932 e, soprattutto, nel devastante terremoto del 1783. «La combinazione di litologie deboli, forte fratturazione delle rocce e presenza di acquiferi in pressione, rende il territorio estremamente predisposto a nuovi cedimenti. La rottura principale del 2010 si sviluppò a 60-70 metri di profondità, lungo livelli sabbiosi scarsamente cementati, innescando un movimento roto-traslazionale evoluto rapidamente in colata».
Il piano degli interventi
Il percorso tecnico-scientifico avviato dal Comune portò alla definizione di un Piano di interventi dettagliato, basato su quattro categorie di opere: interventi temporanei di prima messa in sicurezza; interventi pilota di sistemazione definitiva; interventi di consolidamento definitivo; interventi di ripristino della viabilità e delle opere d’arte.
L’obiettivo era ben definito: drenare il versante, monitorare costantemente gli spostamenti e mettere in sicurezza il fosso Scotrapiti. Le risorse necessarie arrivarono nel luglio dello stesso anno per un importo complessivo di 2,5 milioni destinati a sostenere un intervento integrato suddiviso in sette sub-interventi: Studi e indagini geologiche, geotecniche, idrologiche e idrauliche in capo a Cnr-Irpi (per 250mila euro); Monitoraggio per la gestione dell’emergenza (2 anni) da parte di Cnr-Irpi (130mila euro); Sistema di allertamento in capo al Centro funzionale multirischi (70mila euro); Piano di Protezione civile e presidio territoriale per 2 anni (50mila euro con il Comune soggetto attuatore); Piano generale degli interventi di mitigazione (40mila euro); Intervento urgente di sistemazione idrogeologica (500mila euro); Intervento di mitigazione del rischio idrogeologico sull’abitato (1,46 milioni di euro) con soggetto attuatore, come per i precedenti due, sempre il Comune.
La relazione dell’Ufficio tecnico chiarisce che i primi sei interventi sono stati quasi completamente realizzati, mentre il più importante, quello da 1 milione e 460mila euro non è mai stato formalmente pianificato né avviato, tanto da essere revocato dalla Regione nel 2017, ad appena tre mesi dall’insediamento del sindaco Danilo Silvaggio, che sul punto portò avanti una serrata battaglia, producendo una significativa mole di atti.
Come sono stati utilizzati i fondi
La relazione dell’Utc si addentra nel dettaglio dell’utilizzo dei fondi, distinguendo gli interventi effettivamente realizzati (un pozzo drenante, una trincea drenante in località Giardino, opere provvisorie di canalizzazione delle acque, monitoraggi piezometrici e inclinometrici, studi geologici e geotecnici, attivazione del sistema di allertamento e del presidio territoriale), da quelli non realizzati o incompleti: sistemazione idraulica definitiva del fosso Scotrapiti, estensione dei drenaggi su tutto il versante, interventi strutturali di consolidamento definitivo. E poi l’intervento più rilevante, il VV/3862/1/007, quello da 1,46 milioni, che doveva garantire la messa in sicurezza dell’abitato.
«Interventi ormai inefficaci»
La relazione, già nel 2018, utilizza toni severi rispetto all’efficacia dei lavori effettuati alla luce del mancato completamento del piano complessivo: «Gli interventi temporanei di prima messa in sicurezza hanno perso la propria efficacia, non essendo mai stati consolidati e intensificati». E aggiunge un passaggio drammatico: «La condizione di degrado e di dissesto risulta alquanto critica e prossima a quella esistente nel periodo d’innesco della frana». Dunque, punto e a capo.
Il fosso Scotrapiti: la chiave di un rischio irrisolto
Il documento insiste su un punto fondamentale: «Senza la sistemazione idraulica del fosso Scotrapiti, ogni altro intervento rischia di essere inefficace. L’alveo, ostruito e degradato, continua a rappresentare un pericolo diretto per il centro abitato». Sotto accusa è ancora «la mancata realizzazione dell’intervento VV/3862/1/007 che ha impedito di affrontare questo nodo strutturale».
«Un diffuso senso di abbandono»
Il timore di un nuovo collasso, definito «apocalittico ma realistico», continua a gravare sul paese. «Tale scenario - si legge nella relazione - porterebbe ad annullare un intero territorio comunale in cui è presente una tra le più importanti zone industriali della Provincia di Vibo Valentia. Una parte della popolazione del comune di Maierato si trova priva dei propri averi (case e terreni), i quali sono stati realizzati e acquistati con sacrificio e con dedizione al lavoro, e senza prospettive future per la sopravvivenza e per il proprio sostentamento. In queste condizioni, che in questi luoghi non si affrontano dagli anni del dopoguerra - è l’amara conclusione -, la popolazione si sente lontana e abbandonata dallo Stato Italiano e dai principi con cui lo stesso è stato fondato». Parole scritte nel 2018. Che appaiono ancora tremendamente attuali.