I giorni del blocco e le lacrime per il raccolto che marciva: la protesta dei Tir nel racconto della famiglia Giampà di Pizzo
La storia della Fratelli Giampà Società Agricola, tra attività a rischio, margini sempre più ridotti e anni di sacrifici. Durante lo sciopero dei trasporti, l’azienda dove lavorano 100 persone ha temuto di perdere parte della produzione: «Solo quando ci incendiarono capannoni e mezzi siamo stati tanto disperati»
Si chiamano bins. Sono grandi contenitori di plastica rigida. Alla Fratelli Giampà Società Agricola, azienda che si estende su numerosi ettari di terreno al confine tra Pizzo e Curinga, ce n’erano a centinaia, pieni di ortofrutta fresca pronta per essere consegnata. Sono rimasti fermi per giorni durante il blocco dei trasporti, mentre aumentava il rischio che una parte del raccolto andasse perduta. Quando Carmen ha capito che quei prodotti rischiavano di marcire, la sera scoppiava a piangere. «Io la sera piangevo al pensiero di tutto quel lavoro, di tutto quel prodotto, di tutta quella grazia di Dio e della terra che rischiava di andare in malora».
Carmen è la nipote di Natale Giampà. La sua è una famiglia che ha dedicato la propria vita all’agricoltura e alla terra. Natale ci viene incontro con il sorriso dell’uomo navigato, che continua a sgobbare al pari degli operai che ha assunto. Nella Fratelli Giampà Società Agricola lavorano circa cento persone. È un’azienda cresciuta attraverso generazioni di lavoro e sacrifici, fino a diventare una realtà capace di sostenere un indotto significativo.
Natale ricorda quando tutto è cominciato. Era bambino e, come dice lui, «c’era la fame». Insieme ai fratelli e ai genitori imparava il mestiere lavorando come bracciante presso quelli che ricorda come i «signori» di allora. In famiglia si barattavano le uova con il sale: blocchi che venivano lanciati dai treni in corsa e scambiati con uova fresche. Era un modo per procurarsi ciò che serviva alla vita quotidiana. Poi sono arrivati gli anni dei sacrifici, i soldi messi da parte, il primo terreno acquistato e il lavoro portato avanti giorno dopo giorno. Così è nata una piccola azienda, costruita lentamente con il lavoro della famiglia e il passare delle generazioni.
Cento lavoratori e margini sempre più ridotti
Natale, che come molti uomini del Sud tende a nascondere le proprie emozioni, durante i giorni del blocco ha sofferto. Concorda con Carmen sul significato di quanto accaduto: il sacrificio era necessario.
«È stato un sacrificio enorme, dolorosissimo, ma necessario, perché i margini di guadagno per un’azienda come la nostra, che ha così tanti dipendenti e alimenta un indotto così vasto, sono ridottissimi. E a volte ci domandiamo se tutto questo nostro sforzo abbia senso».
Carmen ci mostra le serre dove vengono coltivati i cetrioli. Gli operai lavorano con attenzione e continuità. Sono quasi tutti stranieri. Ci raggiunge Antonio, cugino di Carmen e commercialista della famiglia: l’uomo dei conti, quello che deve far quadrare ogni voce.
«Sono gli unici che accettano di lavorare come braccianti», spiega. Nel corso degli anni, racconta, nell’azienda hanno lavorato anche molti italiani, ma progressivamente sono diventati sempre meno. «Non c’è stato ricambio generazionale». Oggi sono soprattutto i lavoratori stranieri ad accettare il lavoro agricolo.
«Sono tutti regolarmente pagati, regolarmente retribuiti, il trasporto è a carico nostro. Siamo assolutamente rigidissimi nel rispetto delle regole, perché un’azienda grande come la nostra non si può permettere passi falsi».
La Fratelli Giampà Società Agricola fattura diversi milioni di euro, ma negli ultimi anni riuscire a coprire i costi è diventato sempre più difficile. «Questo è il lavoro dei nostri padri e anche nostro, adesso, e vorremmo tramandarlo anche in futuro. Ma quelle in cui operiamo oggi sono condizioni veramente difficili», dice Carmen.
Cinquantamila euro di danni e la paura di perdere il raccolto
Nei soli giorni del blocco, il danno stimato per difetto dall’azienda ammonta a circa 50mila euro. Una parte consistente della produzione, però, è stata salvata. Carmen ce la mostra: sono prodotti freschi, curati, di grande qualità. Chi conosce la terra sa riconoscere un prodotto genuino e, in quei raccolti, si vede tutto il lavoro che c’è dietro.
Antonio, invece, guarda al mercato. «Il mercato ci penalizza», afferma. «Il commercio estero – spiega – finisce per favorire prodotti che spesso non hanno la stessa cura e la stessa qualità di quelli coltivati dall’azienda».
«I divani non sono per questi tempi», nel Vibonese si ferma un’altra azienda storica: la Pagano di Arena messa all’angolo da caro carburante e protesteAnche Antonio riconosce il prezzo pagato nei giorni della protesta. «Abbiamo avuto paura che questa situazione potesse diventare ancora più dolorosa, che i blocchi continuassero e che i nostri prodotti rimanessero qui». Poi ripete una frase già pronunciata da Carmen e da Natale: «È stato doloroso, ma necessario».
Ci raggiunge Gaetano Meduri. La sua azienda produce una particolare varietà di clementine novelle, che devono essere raccolte proprio in questo periodo e rispondono a una domanda di mercato legata alla stagionalità. Anche per lui i giorni del blocco hanno provocato danni importanti. Ammette di aver avuto paura, ma racconta di aver affrontato quei momenti con la consapevolezza dell’importanza della mobilitazione degli agricoltori e degli autotrasportatori. Il danno, però, è stato enorme.
L’incendio del 1992 e la ripartenza
La Fratelli Giampà Società Agricola ha già conosciuto momenti in cui tutto sembrava poter finire. Nel 1992, la criminalità organizzata tentò di mettere in ginocchio l’azienda. Un incendio devastò quanto era stato costruito.
Natale torna con la memoria a quegli anni. «Fu la prima volta che io piansi per questa azienda». Il capannone era assicurato e questo consentì alla famiglia di recuperare almeno una parte dei danni. Ma tutto il resto andò distrutto: i trattori, i macchinari, la merce. «Siamo stati costretti a ricominciare da capo e l’abbiamo fatto».
Poi sono arrivati altri problemi: il mercato, le gelate, i cambiamenti climatici e le difficoltà della produzione agricola. «Abbiamo sofferto, sofferto tanto, ma siamo andati avanti sempre e comunque». La famiglia ha continuato a investire e a lavorare, anche quando le condizioni rendevano sempre più difficile sostenere i costi e difendere il valore della produzione.
«Non possiamo continuare a combattere da soli»
Per Carmen questo è un momento decisivo per la famiglia e per l’azienda, ma anche per l’intero comparto agricolo.
«Per noi come agricoltori, per noi come imprenditori agricoli, per noi che diamo lavoro, per noi che crediamo in un futuro sostenibile, in un’economia di qualità, in un cibo di qualità».
La richiesta è rivolta alle istituzioni e alla politica: «Devono capire che non ce la facciamo più».
La Fratelli Giampà Società Agricola è una grande azienda e, spiegano Natale, Carmen e Antonio, anche una realtà di queste dimensioni sostiene le ragioni di una battaglia che, in questi giorni, è stata combattuta soprattutto dai piccoli agricoltori. Il blocco ha messo a rischio i raccolti e provocato perdite, lasciando chi produce nell’incertezza sulla possibilità di consegnare la merce e recuperare i costi del lavoro.
Carmen torna alla stessa frase pronunciata da Natale e da Antonio: «È stato doloroso, ma necessario». Poi guarda al futuro. «Vogliamo guardare al futuro con serenità. Abbiamo tante sfide davanti. Non possiamo continuare a combattere da soli».