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29/01/2026 ore 13.00
Cronaca

Dalla Cassazione arriva la conferma giudiziaria della prima locale di ‘ndrangheta a Roma

A capo della struttura criminale ci sono Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo. Rigettati i ricorsi presentati contro la sentenza d’appello in abbreviato che aveva portato a condanne per oltre cento anni di carcere. Intanto prosegue il processo con rito ordinario: chieste pene per 450 anni

di Redazione

La Cassazione conferma l'esistenza della prima locale di 'ndrangheta attiva nella Capitale. I giudici della seconda sezione penale della Suprema Corte hanno sostanzialmente rigettato i ricorsi presentati contro la sentenza della Corte d'Appello di Roma, emessa nel febbraio dello scorso anno, nel processo con rito abbreviato sulla maxi inchiesta “Propaggine” della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Dia, coordinata dai pm Giovanni Musarò e Stefano Luciani, che aveva portato a condanne per oltre cento anni di carcere.

In particolare, i giudici dell'Appello avevano condannato a 18 anni Antonio Carzo, il boss ritenuto insieme con Vincenzo Alvaro a capo della prima locale romana e i figli Domenico e Vincenzo a 12 anni e mezzo il primo e a 9 anni e 6 mesi il secondo.

Intanto davanti all'ottava sezione penale del Tribunale di Roma prosegue il processo con rito ordinario con la procura che ha chiesto condanne per un totale di oltre 450 anni di carcere nei confronti di una quarantina di imputati. Nell'inchiesta madre sono state contestate, a vario titolo, le accuse di associazione mafiosa, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità di agevolare la 'ndrangheta, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa.

A capo della 'ndrina di Roma, secondo l'impianto accusatorio della procura di Roma, c'erano Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo: proprio Carzo nell'estate del 2015 aveva ricevuto dalla casa madre della 'ndrangheta l'autorizzazione per costituire una locale nella Capitale, retta dallo stesso Carzo e da Alvaro. «Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto», dicevano in un'intercettazione. E nelle conversazioni riportate nell'ordinanza del gip Gaspare Sturzo alcuni degli indagati facevano riferimento proprio al lavoro di alcuni magistrati e poliziotti che avevano lavorato prima in Calabria e poi a Roma: «C’è una Procura... qua a Roma ... era tutta ...la squadra che era sotto la Calabria. Pignatone, Cortese, Prestipino»… «e questi erano quelli che combattevano dentro i paesi nostri ...Cosoleto ... Sinopoli... tutta la famiglia nostra...maledetti».