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27/04/2026 ore 13.50
Cronaca

Autobomba di Limbadi, ergastolo per Rosaria Mancuso nel nuovo processo di secondo grado

Sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro dopo un precedente annullamento con rinvio ad opera della Cassazione. Per la condanna hanno insistito la Procura Generale e gli avvocati di parte civile Giovanna Fronte e Nazzareno Lopreiato

di Giuseppe Baglivo

Ergastolo confermato dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro (presidente il giudice Antonio Battaglia) nei confronti di Rosaria Mancuso, 68 anni, di Limbadi, ritenuta la mandante dell’autobomba costata la vita il 9 aprile 2018 al biologo Matteo Vinci. La sentenza arriva dopo un precedente annullamento con rinvio ad opera della Cassazione che il 23 giugno dello scorso anno aveva deciso per un nuovo processo di secondo grado cancellando di fatto il precedente verdetto di condanna in appello. Il processo vedeva la sola Rosaria Mancuso sul banco degli imputati, atteso che il 23 giugno 2025 la Cassazione ha invece confermato l’ergastolo per Vito Barbara, 32 anni, originario di Simbario, e le condanne a 6 anni per Domenico Di Grillo (marito della Mancuso), 75 anni, di Limbadi, (ricettazione di un fucile a pompa) e a 3 anni per Lucia Di Grillo (figlia di Rosaria Mancuso). I difensori di Rosaria Mancuso avevano sostenuto dinanzi alla Cassazione la radicale assenza di elementi comprovanti il mandato omicidiario che le era stato attribuito dall’accusa.
Per Rosaria Mancuso (sorella dei più noti boss della ‘ndrangheta Giuseppe – Peppe ‘Mbrogghja – Diego, Francesco, alias Tabacco, e Pantaleone, detto l’Ingegnere) i precedenti giudici d’appello avevano già escluso che l’autobomba fosse un fatto di mafia in quanto era stata esclusa qualunque estorsione relativa all’accaparramento di terreni agricoli da parte della stessa imputata e del suo nucleo familiare ai danni della famiglia Vinci-Scarpulla. La bomba costata la vita al biologo Matteo Vinci è invece da ritenersi frutto di una “violenta contesa tra vicini legata al possesso di un’area di terreno che si è protratta, aggravandosi via via, per anni fino al giorno della drammatica esplosione”.

Autobomba di Limbadi, la Cassazione su Rosaria Mancuso: «Motivare il suo concorso nei reati, altrimenti la mera connivenza non è punibile»

L’annullamento con rinvio in Cassazione

La Cassazione nell’annullare con rinvio la sentenza di secondo grado, nelle motivazioni aveva comunque evidenziato che non vi era alcun dubbio sul che Rosaria Mancuso avesse “pienamente condiviso le ragioni dell'attentato e la decisione di commetterlo”, ma andava meglio valutato il suo concorso attivo nell’omicidio con l’autobomba. Ad avviso della Suprema Corte, i giudici di merito avevano ben motivato la sentenza in ordine alla “condivisione del proposito criminoso da parte della Mancuso, ma non avevano valutato, né motivato, se essa era rimasta una adesione silente e passiva, sino all'esecuzione del gesto criminoso, o se essa si fosse estrinsecata in un contributo, quanto meno morale, tale da rafforzare il proposito criminoso di altri, manifestandosi anche solo come una disponibilità a fornire un contributo agevolatore, una collaborazione, una protezione dalle possibili conseguenze negative”. Da qui l’annullamento con rinvio per Rosaria Mancuso per un nuovo giudizio “in merito alla sussistenza, nella condotta di tale imputata, di una forma di concorso nei reati a lei ascritti e non di una mera connivenza non punibile”.

Il verdetto odierno

Per l’affermazione della penale responsabilità dell’imputata aveva insistito davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro il sostituto procuratore generale, Raffaella Sforza, mentre molto si erano battuti i legali di parte civile (per conto di Sara Scarpulla e Francesco Vinci, vale a dire gli avvocati Giovanni Fronte e Nazzareno Lopreiato. Quest’ultimo nel corso del suo intervento in aula aveva ben evidenziato il compito che attendeva i giudici, ovvero quello di “squarciare, una volta per tutte, il velo di ipocrisia che avvolge la figura di Rosaria Mancuso e di chiamare la sua condotta con unico e vero nome: concorso in omicidio”. La difesa di parte civile ha chiesto quindi alla Corte “non di credere, ma di vedere il ruolo non di una comparsa ma della regista della mattanza con l’autobomba”.

Lo studio Fronte ha poi ricordato in aula un fatto importante: dopo lo scoppio dell’autobomba “i vertici di un ramo di una delle più potenti famiglia di ‘ndrangheta, i Mancuso, si sono recati a casa della vittima, a casa di Rosaria Scarpulla. Non per minacciare, né per intimidire – ha ricordato l’avvocato Nazzareno Lopreiato – ma per porgere le condoglianze. Persino Luigi Mancuso, il numero uno della famiglia, si è lamentato della gogna mediatica e sua nipote, Silvana Mancuso, ha sussurrato all’orecchio della madre di Matteo Vinci in lutto parole che pesano come macigni sulla coscienza del processo:Ricevi le condoglianze della mia famiglia. Vedi che io e la mia famiglia ci dissociamo da questa storia, noi non lo avremmo permesso”.
L’avvocato Nazzareno Lopreiato ha ribadito alla Corte l’importanza di queste parole, di una ‘ndrangheta – o almeno di un ramo della famiglia Mancuso – che ha di fatto con tale gesto “isolato la sua regina impazzita, ovvero Rosaria Mancuso, lasciandola sola con la sua ossessione privata per un pezzo di terra”.

Una guerra personale di Rosaria Mancuso, dunque, alimentata dal puro odio verso i Vinci-Scarpulla. Un odio che non si è limitato all’istigazione, ma ha portato all’azione dell’autobomba ed infatti le telecamere si sono “incaricate di cristallizzare un dato inequivocabile: Rosaria Mancuso e il genero Vito Barbara che si incontrano pochi minuti prima dello scoppio dell’autobomba e – ha ricordato sempre l’avvocato Lopreiato – lei ha estratto delle chiavi accedendo in un locale, con il Barbara che uscendo non portava più con sé nessun oggetto. Un supporto logistico nell’istante più critico, una base sicura per gli ultimi preparativi ed un luogo dove nascondere l’ordigno e attendere il momento propizio”. Un comportamento, quello di Rosaria Mancuso, che per i legali di parte civile ha rappresentato “un contributo materiale, un’agevolazione concreta che ha reso più sicura e semplice l’esecuzione del delitto”. Una cooperazione fattiva, dunque – per l’accusa e per la parte civile – quella di Rosaria Mancuso, con la “tangibile dimostrazione di un supporto che ha trasformato l’adesione psicologica in cooperazione fattiva” al delitto. Del resto, Vito Barbara, originario di Simbario e che ha sposato una figlia di Rosaria Mancuso, nessun interesse avrebbe avuto all’eliminazione di Matteo Vinci, né ad impossessarsi di un terreno non suo. “Vito Barbara ha agito come un soldato – aveva concluso nel suo intervento l’avvocato Nazzareno Lopreiato – , ma non un soldato della ‘ndrangheta, che si è infatti dissociata dall’attentato. Bensì come soldato di Rosaria Mancuso divenendo il braccio armato di una volontà non sua. Un quadro di una chiarezza devastante, con una guerra privata che ha una mandante: Rosaria Mancuso. Un concorso nel delitto che non va confuso con la connivenza, laddove ci si trova dinanzi alla guerra personale di Rosaria Mancuso e da qui la richiesta di condanna per affermare che nessuno, nemmeno una regina isolata sul suo trono di rancore, è al di sopra della legge”.
Tra 90 giorni il deposito di una sentenza per una vicenda che ha varcato i confini regionali. Rosaria Mancuso era assistita in Cassazione dagli avvocati Francesco Lojacono e Valerio Spigarelli (nella fase di merito la difesa è stata invece rappresentata dagli avvocati Giovanni Vecchio e Francesco Capria).