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21/09/2026 ore 06.15
Cronaca

A Vibo Marina quando piove torna la paura: torrenti invasi dalla vegetazione e interventi di messa in sicurezza ancora al palo

FOTO | Dal fosso Cutura-La Badessa all’Antonucci fino al Tomarchiello, i residenti guardano il cielo e incrociano le dita. Nel 2024 stanziati 22,5 milioni di euro ma la burocrazia è lenta. Ecco la situazione oggi

di Cristina Iannuzzi

Dopo l’estate più calda che si ricordi, le piogge autunnali sono attese con timore, soprattutto in quei territori che in passato hanno già pagato un conto salatissimo fatto di vite umane e distruzione del tessuto economico. Ecco perché a Vibo Marina, dove esattamente vent’anni fa, nel 2006, una disastrosa alluvione cancellò il futuro, lo sguardo dei residenti si posa spesso con preoccupazione sull’alveo dei torrenti invasi dalla vegetazione. Eppure, nel 2024, la Regione ha staccato un assegno da 22,5 milioni di euro per una serie di interventi di messa in sicurezza idraulica dei fossi e torrenti che sfociano a Vibo Marina, ma di lavori risolutivi ancora non se ne sono visti. E mentre la burocrazia avanza con i suoi tempi biblici, chi vive da queste parti continua a scrutare il cielo con ansia.

Il Cutura-La Badessa, fino alla foce, presenta infatti tratti invasi da arbusti, canneti e rifiuti ingombranti. È uno dei fossi che il 3 luglio 2006, esondando, contribuirono a devastare Vibo Marina e Bivona.

La foce dell’Antonucci e il problema del deflusso

La foce del Fosso Antonucci offre un’altra fotografia della situazione. Il corso d’acqua è nuovamente invaso dalla vegetazione e dai rifiuti, dopo essere stato ripulito circa un anno fa. Il problema, qui, riguarda soprattutto il deflusso verso il mare.

La foce si trova al di sotto del livello del mare e il moto ondoso porta sulla costa grandi quantità di sabbia che finiscono per ostruire lo sbocco del fosso. L’acqua non riesce così a defluire regolarmente e tende a ristagnare, aumentando il livello del corso d’acqua e il rischio che possa raggiungere le abitazioni costruite lungo gli argini.

Per ridurre la portata del fosso viene utilizzata un’idrovora. Il sistema preleva l’acqua dalla foce dell’Antonucci e la versa nella rete fognaria, che la conduce al depuratore, dove viene trattata e smaltita insieme alle altre acque convogliate nell’impianto. Una soluzione tampone che dura poco e costringe i residenti a fare i conti con gli odori nauseabondi che si alzano dall’invaso. E in alcuni momenti il tanfo proveniente dal fosso diventa insopportabile.

L’Antonucci attraversa peraltro Viale delle Industrie, dove si trovano i depositi di idrocarburi dell’Eni. Una zona sottoposta a rischio industriale, come ricordano i cartelli presenti lungo la strada, che indicano tra gli scenari conseguenti a un eventuale incidente anche il rischio di letalità.

Il Tomarchiello e il ricordo dell’alluvione del 2006

La situazione riguarda anche gli altri corsi d’acqua che scendono verso Bivona.

Il Tomarchiello, insieme al Sant’Anna (che è stato finalmente prosciugato grazie a un collettamento permanente con il depuratore di Porto Salvo), il 3 luglio 2006 esondò e travolse il Lido degli Aranci e un intero quartiere della frazione.

Quel giorno nel Vibonese morirono tre persone, novanta rimasero ferite, circa trecento furono costrette a lasciare le proprie abitazioni e i danni raggiunsero decine di milioni di euro. Tra gli sfollati c'erano anche i genitori anziani e la sorella di Luciano Lo Bianco.

I suoi genitori furono costretti a rifugiarsi ai piani alti della loro abitazione e vennero successivamente messi in salvo nel corso dell’operazione condotta dai vigili del fuoco, dalla Protezione civile e dai carabinieri.

Luciano quel giorno dovette raggiungere sua sorella. Era una ragazza gravemente invalida, allettata e impossibilitata a muoversi, affetta da una patologia molto seria. Luciano la raggiunse a nuoto, la sistemò su un materasso che utilizzò come galleggiante e riuscì a portarla fuori dall’acqua. Poi, con un quad, si fece strada tra le automobili accavallate una sull’altra, il fango e la confusione di quelle ore, fino a metterla al sicuro.

Vent’anni dopo, i segni lasciati dall’alluvione sono ancora evidenti. Attorno alla sua casa sono visibili tracce del fango rimaste sui muri. Le fotografie conservate raccontano quello che accadde alle abitazioni e alle strade di Bivona. A breve distanza dalla sua casa passa il Tomarchiello.

«Con una bomba d’acqua potrebbe tornare tutto come allora»

Il corso d’acqua è ancora lì, nelle condizioni che i residenti indicano come fonte di preoccupazione quando arrivano piogge intense. Il Sant’Anna invece è stato interessato da interventi di messa in sicurezza che sembrano essere efficaci. Per il Tomarchiello, invece, gli interventi attesi dai residenti non sono arrivati nella stessa misura. E quando piove la strada torna ad allagarsi.

«Se dovesse arrivare una bomba d’acqua, tutto potrebbe tornare come allora». È una paura che accompagna chi vive accanto ai corsi d’acqua di Vibo Marina e Bivona. Dopo vent’anni, gli abitanti chiedono opere di messa in sicurezza capaci di intervenire sui corsi d’acqua, sulle foci e sul deflusso verso il mare, prima che siano ancora una volta le emergenze a imporre interventi provvisori.

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