Allerta meteo, ma nel Vibonese tanto sole e scuole chiuse: è arrivato il momento di cambiare registro e magari pensare alla Dad
Dalla tragedia del Raganello nel 2018 i sindaci emanano ordinanze di chiusura in automatico appena il bollettino della Protezione civile segna arancione. Una deriva burocratica che andrebbe affrontata con una scala d’allerta più precisa sui singoli territori e con la didattica a distanza
Sole splendente ma scuole chiuse. È capitato di nuovo e capiterà ancora, per la gioia degli studenti e per la disperazione di quelle famiglie che non sanno dove sbattere la testa quando la routine scolastica salta.
Nonostante l’allerta meteo arancione, oggi a Vibo il tempo non è stato affatto male. Molto vento, certo, ma niente di particolarmente ostile, mentre le nuvole temporalesche si intravedevano solo in lontananza sul mare, verso nord. Insomma, la chiusura delle scuole decisa ieri da molti sindaci, a cominciare da quello di Vibo, è sembrata più che mai una precauzione sproporzionata. Tanto più che le previsioni meteo erano rassicuranti per quanto riguarda il Vibonese, visto che il maltempo più intenso era previsto, così come poi è stato, soltanto sull’Alto Tirreno catanzarese e cosentino. Ma il bollettino della Protezione civile, con l’arancione a colorare anche il Vibonese, ha fatto scattare quello che ormai è un riflesso pavloviano dei Comuni: scuole chiuse, senza se e senza ma.
Il precedente della tragedia del Raganello
La reazione automatica dei sindaci, però, è comprensibile. Nessun primo cittadino ha la palla di cristallo e, anche se magari crede intimamente che la chiusura sia sovradimensionata rispetto all’effettivo pericolo, non rischia certo conseguenze civili e penali nella malaugurata ipotesi che qualcosa vada storto.
C’è una data precisa da quando questa “prudenza assoluta” si è consolidata in Calabria: 20 agosto 2018. In quel giorno d’estate a Civita si consumò la tragedia del Raganello, il torrente che attraversa il Parco Nazionale del Pollino tra profonde e suggestive gole. Uno dei posti più belli della Calabria che quel giorno si trasformò in un inferno di acqua e fango. Un violento nubifragio si abbatté molti chilometri più a monte, causando un’ondata di piena che raggiunse Civita e travolse 44 escursionisti uccidendone 10. Quando l’onda assassina arrivò, neppure pioveva e l’allerta meteo era solo gialla, dunque le gole erano aperte agli escursionisti. Eppure, i sindaci dei Comuni attraversati dal torrente – Civita, Cerchiara, Francavilla e San Lorenzo Bellizzi – sono finiti sotto processo, e per loro, il 10 ottobre 2025, appena tre mesi fa, il pm ha chiesto condanne per omicidio colposo e omissione di atti d’ufficio che variano da 8 anni a 8 mesi di reclusione, a seconda dei capi d’imputazione.
Da quel tragico giorno, quindi, appena la Protezione Civile dirama l’allerta meteo, le scuole, quasi in automatico, vengono chiuse, anche se poi, come accaduto oggi a Vibo, si lascia l’ombrello a casa e si inforcano gli occhiali da sole quando si esce.
Cambiare le regole per assicurare continuità didattica
Se da una parte, dunque, è comprensibile la prudenza dei sindaci, sebbene spesso adottata più per tutelare se stessi che la popolazione da un pericolo incombente, non si capisce perché dopo tanti anni di questo copione già ripetuto innumerevoli volte non si intervenga per consentire almeno la didattica a distanza, la famigerata Dad che abbiamo scoperto giocoforza con la pandemia del 2019. Ma in Italia la normativa in vigore e la contrattazione collettiva prevedono la Dad solo ed esclusivamente in occasione di emergenze sanitarie. Per tutto il resto si rimane a casa.
Docenti e personale Ata a casa, tutti gli altri a sfidare l’ipotetica bufera
D’altronde, con le scuole chiuse neppure docenti e personale Ata vanno al lavoro, quindi non si può fare. E perché? Perché alcuni dipendenti statali possono godere di questo surplus di precauzione mentre tutti gli altri, anche quelli del settore privato, sono costretti ad affrontare l’ipotetica bufera per sbarcare il lunario? Se proprio si devono chiudere le scuole, si continui a fare lezione da remoto come si faceva quando il Covid ci costringeva in lockdown. Oppure, si riformi in maniera decisa la scala di allerta, rendendola meno rigida e schematica, perché se davvero c’è pericolo di morte, c’è per tutti.
Assicurare la continuità didattica rappresenta non soltanto un’esigenza formativa ma anche un segnale che andrebbe dato ai nostri ragazzi, che ormai compulsano il bollettino meteo invernale con le stesse aspettative con cui ci si accanisce su un gratta e vinci. E questo, di certo, è da allerta rossa sociale e culturale.