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06/06/2026 ore 20.54
Ambiente

Lavori alla Marina di Pizzo: «Massi frangiflutti spinti in mare con le ruspe insieme ai detriti. Perché?»

Dal caso dell’araucaria “decapitata” agli interventi costieri, il naturalista riflette sul futuro urbanistico della città: «Questo territorio merita rispetto, non un declino irreversibile»

di Pino Paolillo*

Un grido di amarezza e preoccupazione per il futuro di Pizzo. È quello che emerge da una dura riflessione a firma di Pino Paolillo, storico ambientalista napitino sui lavori in corso lungo il litorale cittadino e in altre aree del territorio. Interventi che, secondo l’autore, starebbero compromettendo il paesaggio e l’identità della cittadina costiera. Ecco il contenuto integrale.

«Se questo paese potesse parlare, chiederebbe il perché di tanto accanimento. Il perché di tanto disprezzo per il suo mare, per le sue colline, per tutto. E allora consentitemi di manifestare tutta la mia amarezza e la mia rabbia, perché non si dica che a Pizzo tutti gli abitanti fanno concorrenza alle famose scimmiette dai due sensi e dalla capacità linguistica irrimediabilmente deteriorate.

Sono ormai quattro anni che il tratto tra la Marina e la Seggiola è interessato da lavori “di messa in sicurezza” che in realtà serviranno per un parcheggio con vista massi e muro di cemento paraonde (salvo passeggiata sopraelevata per i più romantici). Tutto regolare, per carità: lo certifica nientepopodimeno che la Soprintendenza alle belle arti, laddove, come ben noto, il concetto di bellezza è del tutto relativo. Quattro anni: in Giappone ci avrebbero fatto due autostrade, ma qui siamo in Calabria, dove i lavori si fanno con calma: non sia mai ci venisse lo stress per la fretta.

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La stessa cosa però (lo vedete che siamo obiettivi?) non si può dire per i lavori di “messa in sicurezza “(aridaje) della Parrera, dove, ad onor del vero, è sembrato di essere su un cantiere alla periferia di Tokio o Yokohama (a parte gli occhi a mandorla delle maestranze). In poche settimane il parcheggio è stato ampliato e sono stati piantati, udite udite, addirittura dei piccoli ulivi, ai quali auguro di tutto cuore una vita ultrasecolare. Purché, prendetelo come un invito, dopo averli piantati, non vengano abbandonati al triste destino di tanti alberelli condannati a seccare o a essere abbattuti dal vento in assenza di valido tutore.

A dirla tutta mi sarei aspettato un impegno green più evidente. Non dico come a Genova o a Parigi, dove si riducono i parcheggi per farci parchi pubblici e giardini, ma lo spazio c’era per creare delle aiuole spartitraffico, con alberi che assicurassero un po’ di ombra nelle infuocate giornate estive, così come il rinverdimento della collina. E invece mi ritrovo un enorme e brutto telo che addirittura dovrebbe impedire la crescita pure dell’erba. Attila avrebbe fatto meno danni.

A proposito di alberi secolari, vi ricordate dell’Araucaria? Il vecchio patriarca, muto e mutilato, trasuda resina come fosse sangue per le ferite inferte. Dopo i roboanti proclami sulla dignità di un popolo (si fa per dire) vilipeso, i pareri sulle condizioni del malato sono discordi: c’è chi lo dà per spacciato e meritevole pertanto della “soluzione finale “, e chi, viceversa, è pronto a scommettere sulla sua resilienza e la capacità a sfidare per molti anni ancora fulmini e tempeste, per come ha fatto per un secolo e passa. Chi vivrà vedrà..

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Ma come si fa a rimanere indifferenti, a non soffrire nelle carni, a non credere ai propri occhi, di fronte a quanto è accaduto a sta accadendo nello stesso momento in cui scrivo? È arrivato il famoso e tanto desiderato pontone, anzi addirittura due, per “la messa in sicurezza” del molto Pizzapunti ma, oltre al recupero di massi precedentemente spazzati via dalle mareggiate (e riposizionati per essere ributtati sott’acqua alla prossima mareggiata) sono stati scaricati in mare, letteralmente, con due ruspe, bianchi massi di cava insieme a pietrisco e terra “che l’altro giorno, 4 giugno, con appena un po’ di mare mosso, hanno sporcato un buon tratto di mare, per come ampiamente fotografato e documentato. In attesa, anche qui, di quello che accadrà quando il mare deciderà di effettuare l’ennesimo “collaudo”. Mi sarei aspettato dei pesanti massi di granito ben posizionati, uno per uno, con il “ragno” del pontone, mai avrei immaginato l’uso delle ruspe, più idonee per lavori in una discarica e non sul mare. Ma anche qui, ne sono certo, tutto avviene con i crismi della legalità, con tanto di autorizzazioni da parte di tutti gli enti competenti e nessuno sarà responsabile di niente. E allora non mi resta che rassegnarmi alla maledizione di questo paese, all’oltraggio alla sua antica bellezza, al brutto che ne stravolge i connotati per sempre. Al suo coma irreversibile. Dovrei, ma non ci riesco».

*dottore naturalista

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